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                  <text>UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TORINO
FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA
Corso di laurea in lingue e letterature straniere moderne

TESI DI LAUREA
IN FILOLOGIA GERMANICA

I GERMANISMI NEL DIALETTO DI PEVERAGNO

Relatore:
Chiar.ma Prof.ssa Vittoria Dolcetti Corazza

Candidata:
Elena Giordanengo

Anno Accademico 2003-2004

�INDICE

Indice delle abbreviazioni

pag. I

Introduzione
1.
2.

Finalità del lavoro
Chiave di lettura delle parole dialettali

pag. VI
pag. XV

CAPITOLO I: Testimonianze storiche e archeologiche
I.1

Il Castelvecchio di Peveragno

pag. 1

I.2

La battaglia di Pollenzo

pag. 7

I.3

La città romana di Pedona

pag. 10

I.4

Abbazie e monasteri di fondazione longobarda

pag. 14

I.4.1 Monastero di San Pietro di Pagno

pag. 15

I.4.2 Abbazia di San Dalmazzo di Pedona

pag. 17

I.4.3 Abbazia di Villar San Costanzo

pag. 21

Tavole

pag. 25

CAPITOLO II: Il dialetto di Peveragno

pag. 34

CAPITOLO III: Il lessico di origine germanica
III.1 Il mondo animale

pag. 40

III.2 Elementi della natura

pag. 54

III.3 L’uomo: il corpo, il carattere, gli stati d’animo,
i comportamenti

pag. 61

III.4 Lavori agricoli e attrezzi da lavoro

pag. 89

III.5 Particolari costruttivi della casa

pag. 101

III.6 Terminologia culinaria

pag. 105

III.7 Manufatti tessili e lavorazione dei tessuti

pag. 112

III.8 Varie

pag. 122

�Conclusioni

pag. 126

Indice delle parole

pag. 133

Bibliografia

pag. 144

�INDICE DELLE ABBREVIAZIONI

a.

antico

abr.

abruzzese

agg.

aggettivo

ags.

anglosassone

ata.

alto tedesco antico

atm.

alto tedesco medio

avest.

avestico

avv.

avverbio

berg.

bergamasco

bol.

bolognese

bresc.

bresciano

bt.

basso tedesco

bt. occ.

basso tedesco occidentale

bt. or.

basso tedesco orientale

bta.

basso tedesco antico

btm.

basso tedesco medio

cap.

capitolo

cat.

catalano

cfr.

confrontare

cit.

citato

com.

comasco

crem.

cremonese

dan.

danese
I

�dial.

dialettale

doc.

documento

emil.

emiliano

escl.

esclamazione

fig.

figurato

fr.

francese

fris.

frisone

friul.

friulano

gen.

genovese

germ.

germanico

got.

gotico

gr.

greco

ie.

indoeuropeo

ingl.

inglese

irl.

irlandese

isl.

islandese

it.

italiano

lat.

latino

lett.

lettone

lit.

lituano

loc. avv.

locuzione avverbiale

lomb.

lombardo

long.

longobardo

m.

medio

med.

medievale
II

�mil.

milanese

mod.

moderno

moden.

modenese

nord.

nordico

norr.

norreno

norv.

norvegese

ol.

olandese

op. cit.

opera citata

padov.

padovano

pag.

pagina

pagg.

pagine

parm.

parmigiano

pav.

pavese

per es.

per esempio

pev.

peveragnese

piac.

piacentino

piem.

piemontese

pl.

plurale

port.

portoghese

prov.

provenzale

reg.

regionale

s.f.

sostantivo femminile

s.m.

sostantivo maschile

s.u.

sehe unter

sanscr.

sanscrito
III

�sass.a.

sassone antico

segg.

seguenti

sett.

settentrionale

sp.

spagnolo

sved.

svedese

svizz.

svizzero

tav.

tavola

ted.

tedesco

trent.

trentino

v. intr.

verbo intransitivo

v. rifl.

verbo riflessivo

v. tr.

verbo transitivo

valtell.

valtellinese

ven.

veneto

venez.

veneziano

veron.

veronese

vicent.

vicentino

vol.

volume

voll.

volumi

vv.

versi

&gt;

diventa

&lt;

deriva da

*

forma ricostruita

IV

�ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE

ALF

Atlas linguistique de la France

ALI

Atlante linguistico italiano

DEI

Dizionario etimologico italiano

DELI

Dizionario etimologico della lingua italiana

FEW

Französisches etymologisches Wörterbuch

GRAND ROBERT Le grand Robert de la langue française
LAROUSSE

Nouveau dictionnaire étymologique et historique

LEI

Lessico etimologico italiano

REW

Romanisches etymologisches Wörterbuch

RG

Romania Germanica

WAS

Wörterbuch des althochdeutschen Sprachschatzes

V

�INTRODUZIONE

1.

Finalità del lavoro

Al termine del mio percorso di studi ho cercato di conciliare la
formazione in filologia germanica con l’interesse personale e la passione per
la storia e le tradizioni locali. Ho così deciso di ricercare le parole di origine
germanica nel dialetto del mio paese, Peveragno.
Peveragno (m. 570 s.l.m.) sorge a circa dieci chilometri a sud di
Cuneo, alle pendici del monte Bisalta (o Besimauda), nella Val Iósina che
prende il nome dall’omonimo torrente che la attraversa.
A dire il vero l’idea è nata dalla curiosità di verificare una “voce”
che da una decina d’anni circola in paese, da quando cioè sono cominciati gli
scavi archeologici sulla collina di Montefallonio, e che sosterrebbe l’esistenza
di un villaggio gotico proprio sulla collina.
Ho cercato allora di accertare, con l’aiuto dell’archeologia e delle
poche fonti, quale sia stata l’entità e l’importanza della presenza germanica
sul territorio del mio comune. Nella prima parte della ricerca ho quindi
raccolto le notizie storiche, attestate o supposte, che si riferiscono all’area
dell’attuale provincia di Cuneo. Fin da subito infatti ho dovuto allargare i
confini territoriali d’indagine perché per il comune di Peveragno non ci sono
documenti fino alla fine del XIII secolo.

VI

�Il primo documento noto in cui venga fatta menzione di Peveragno
risale al 1299, ma solo due anni dopo, nel 1301, si ha il riscontro
dell’esistenza di un nucleo insediativo, probabilmente di dimensioni ancora
molto modeste, chiamato Piperagnum.1

1

A. M. RAPETTI (a cura di), Peveragno. Archeologia, Storia, Arte (dalle origini al
Cinquecento), Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della Provincia di
Cuneo, 2002, pag. 31.
Il primo documento relativo a Peveragno appartiene all’archivio dei certosini di Pesio
che avevano nell’area forti interessi fondiari. La documentazione concernente il
sorgere del villaggio di Peveragno è scarsa, reticente e assai oscura anche per
quanto riguarda la relazione tra il nuovo centro abitato e il più antico villaggio di
Forfice. Quest’ultimo insediamento è ben individuabile sulla base della
documentazione d’archivio che consentirebbe di ipotizzarne la nascita tra il 1041 ed
il 1153, quando viene citato come castro Forfice in una bolla che Eugenio III
indirizzò alla chiesa d’Asti (cfr. G. ASSANDRIA (a cura di), Il Libro Verde della
Chiesa d’Asti, Biblioteca della Società Storica Subalpina, XXVI, Pinerolo, 1907, vol.
II, pag. 204, doc. CCCXV). Abbandonato già nel XIV secolo, a tutto vantaggio della
nuova villa di Peveragno, esso conserva ancora oggi resti di murature,
ripetutamente rimaneggiate, sull’altura denominata Castel Forfice, cfr. E.
MICHELETTO et alii, Il Castelvecchio di Peveragno (CN). Rapporto preliminare di
scavo (1993-94), pag. 138 in Quaderni della Soprintendenza Archeologica del
Piemonte, n. 13, Torino 1995.
Legata ai ruderi del Castello di Forfice, c’è una leggenda che ha per protagonista
una principessa-fata-serpente che tutti a Peveragno, conoscono col nome di
Mariabìssoula (ovvero la fata Melusina di Peveragno), tanto che lo stesso castello è
comunemente conosciuto come Ël Castèl ëd Mariabìssoula. Per quali ragioni
Melusina a Peveragno sia diventata Mariabìssoula non è accertabile, ma è possibile
azzardarne una spiegazione. Si tenga conto che bìssoula era la 'piccola biscia',
diventata nel tempo 'vipera' e oggi 'biscione', coniata sulle monete milanesi dei
Visconti, di lega scadente e di poco valore (bìssoula è chiamata ancora oggi la
'cassetta delle elemosine'). Si tenga conto anche che marìa è femminile di marì
'cattivo, che vale poco' da cui marìa bìssoula 'spicciolo spregevole', diventata Maria
Bìssoula personaggio, per etimologia popolare. Cfr. R. VIGLIETTI (a cura di),
Marìabìssoula ovvero la fata Melusina di Peveragno, Compagnia del Birùn, Cuneo,
2003, pagg. 3-5. Maria potrebbe essere però anche il nome proprio della Madonna,
usato comunemente in tutta Europa nella zoonimia e nella fitonimia popolare dove il
nome della Vergine ha sostituito designazioni pagane più antiche o è stato utilizzato
in denominazioni tabuizzate di animali pericolosi, dannosi o ai quali si attribuivano
poteri divinatori, o ancora per indicare piante dalle proprietà antitetiche ora
velenose, ora curative. Cfr. G. L. BECCARIA, I nomi nel mondo. Santi, demoni,
folletti e le parole perdute, Einaudi, Torino, 1995.
Sul rapporto tra Mariabìssoula e Melusina cfr. R. VIGLIETTI, Maria Bissula, in
Cuneo Provincia Granda, anno XLIV, n. 1, 1995, pagg. 52-54 e B. MORELLI – R.
VIGLIETTI, Le antenate di Mariabìssoula: Melusina e le altre, in Cuneo Provincia
Granda, anno LI, n. 5, 2002, pagg. 31-34.
Per quanto riguarda l’origine del nome Piperagnum sono state avanzate diverse
ipotesi non ancora del tutto chiarite o confermate. Potrebbe derivare da un
immaginario Piper (nei documenti riguardanti la Certosa di Pesio ricorre spesso il
nome Piperis) o, più probabilmente, dal nome proprio dei Pipa antica famiglia

VII

�Per prima cosa ho quindi riportato i risultati degli studi condotti dalla
Soprintendenza Archeologia del Piemonte, ed in particolare dalla Dott.ssa
Egle Micheletto, a seguito della campagna di scavi realizzata sull’altura
denominata Castelvecchio, in frazione Montefallonio (cap. I.1). E’ stato
accertato che una delle fibbie ritrovate apparteneva ad un abito femminile
gotico del VI secolo. Questo reperto da solo, non può certo dimostrare
l’esistenza di un villaggio gotico sulla collina; alla luce di tutti i ritrovamenti
archeologici, il Castelvecchio è stato definito un insediamento d’altura che tra
il IV ed il VI secolo ha visto l’inerpicamento dell’abitato e il suo
accentramento con funzioni apparentemente difensive.2
E’ quindi verosimile che la popolazione locale abbia cercato rifugio in
conseguenza del passaggio di invasori barbarici.
Abbiamo invece testimonianza certa, attraverso fonti autorevoli,
dello scontro che avvenne a Pollenzo, nel 402, tra Goti e Romani. Ho ritenuto
importante riportare questo episodio (cap. I.2) sia perché si tratta di un fatto
ampiamente documentato, e quindi di una delle poche fonti sicure, sia
perché è molto probabile che a seguito della battaglia ci sia stata una
dispersione di soldati goti in tutto l’area del Piemonte sud-occidentale.

morozzese, proprietaria di vasti latifondi in quel di Morozzo, Chiusa e Cuneo (cfr.
Sac. Dott. M. RISTORTO, Peveragno nei secoli, Tipo-Litografia Ghibaudo,
Cuneo,1990, pag. 18). D. OLIVIERI, Dizionario di toponomastica piemontese,
Paideia, Brescia, 1965, pag. 262, suggerisce una derivazione da una forma
aggettivale in –is (*Papirianis), del nome proprio Papirius. Resta inoltre da chiarire il
fatto curioso che lo stemma del comune di Peveragno raffigura una pianta del pepe;
potrebbe esserci un legame con un’erronea interpretazione dell’origine del nome dal
lat. piper 'pepe' o, forse, la pianta poteva essere già raffigurata nello stemma della
famiglia dei Pipa o del proprietario terriero Papirius.
2
R. COMBA, Accentramento dell’habitat, incastellamento e strutture economiche
nel comitato di Bredulo fra V e XII secolo, in Archeologia in Piemonte – vol. III - Il
medioevo, a cura di L. MERCANDO e E. MICHELETTO, Umberto Allemandi &amp; C.,
Torino, 1998, pag. 82.

VIII

�Ho riferito poi alcune notizie riguardanti il centro romano di
Pedona, all’imbocco della Valle Vermenagna, per il quale esistono maggiori
testimonianze antiche legate all’importanza strategica della sua posizione di
controllo degli assi viari verso la Liguria e la Gallia (cap. I.3).
Per quanto riguarda l’epoca longobarda, a partire dal 568 si
possono supporre nell’area piemontese tre ducati sicuri, estesi intorno ai
capoluoghi Torino, Asti, Ivrea, e uno molto probabile, non cittadino, a
differenza degli altri, con centro a San Giulio d’Orta e competenza sul
Piemonte nordorientale.3 La presenza longobarda nel territorio oggetto di
indagine sarebbe però testimoniata da alcuni documenti (per la verità pochi e
non sempre di confermata autenticità) e reperti scultorei relativi all’esistenza
di centri monastici, voluti da re longobardi. Ho riproposto perciò le varie
ipotesi formulate da diversi studiosi e storici relativamente alla possibile
origine longobarda del Monastero di San Pietro di Pagno, dell’Abbazia di San
Dalmazzo di Pedona e dell’Abbazia di Villar San Costanzo (cap. I.4).
Infine per il periodo franco, bisogna certamente ricordare che il
Piemonte fu la prima regione italiana invasa da Carlo Magno, attraverso la
valle di Susa, nel 773. Sappiamo però poco o nulla dell’ordinamento
carolingio in Piemonte. Dalla metà del X secolo alla fine dell’XI, nella parte
centromeridionale della regione, si sovrapponevano tre circoscrizioni
ecclesiastiche (le diocesi di Torino, Asti e Alba) e cinque distretti pubblici (i
comitati di Auriate, Torino, Asti, Bredulo, Alba). L’area circostante Peveragno

3

G. SERGI, Le polarità territoriali piemontesi dall’alto medioevo al trecento, in
Archeologia in Piemonte, cit. pag. 29.

IX

�faceva parte del Comitato di Bredulo, il cui centro è da collocarsi con buona
probabilità nel territorio dell’odierna Mondovì.4
Dalle informazioni storiche riportate, si può dedurre che il Piemonte
in generale, ma in particolare le aree a ridosso delle Alpi e poste sulle grandi
arterie stradali sono state, attraverso i secoli, zona di frontiera e, anche se
non si può parlare con certezza di insediamenti di popolazioni germaniche o
di una loro presenza stabile sul territorio, sicuramente tutta la zona è stata
testimone del passaggio di numerose e diverse genti germaniche.
La seconda parte della tesi, il nucleo vero e proprio, consiste
nell’analisi delle parole peveragnesi di origine germanica (cap. III). Il lavoro è
di tipo sperimentale e quindi certamente lacunoso, ma credo, originale.
Alcuni ricerche simili, infatti, sono già state condotte per quanto riguarda il
piemontese,5 ma mai per una parlata così specifica come il peveragnese.
Il dialetto di Peveragno, di cui ho riassunto le caratteristiche nel
capitolo II, è ancora vivo soprattutto nelle campagne e tra le persone oltre i
cinquant’anni. I più giovani normalmente capiscono il dialetto, ma non lo
parlano. Purtroppo si stanno perdendo così parecchi termini legati al mondo
agricolo, alla natura, al lavoro che sono diventati ormai patrimonio esclusivo
di alcuni anziani, unica fonte per un tentativo di recupero. Al momento non
esiste un vocabolario del dialetto peveragnese, anche se tale progetto è
stato promosso negli ultimi anni dall’Associazione Culturale Gai Saber.

4

G. SERGI, Comitati in età post-carolingia e pre-comunale, in Atlante Storico della
Provincia di Cuneo, Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della
Provincia di Cuneo, Istituto Geografico De Agostini S.p.A., Novara, 1973.
5
Cfr. Maria Gabriella CHIAPUSSO, Piemontesismi di origine germanica, Tesi di
laurea, Università di Torino, a.a. 1993-1994.

X

�Per raccogliere i termini dialettali mi sono quindi servita della
testimonianza di alcuni parlanti6 e dei pochi lavori scritti pubblicati, per lo più
raccolte di poesie o testi teatrali.7 Il lavoro preliminare di ricerca delle parole
ha richiesto perciò parecchio tempo ed è comunque molto vincolato al
numero ed alla tipologia degli intervistati.
Per avere un primo orientamento ho consultato il REW8 cercando
le parole, per le quali fosse indicata una possibile origine germanica, che
avessero una corrispondenza in peveragnese.
Ho suddiviso le parole raccolte in sfere semantiche e, all’interno di
ognuna, ho riordinato i termini, procedendo dal generale al particolare.
Di ogni singola voce ho proposto l’analisi etimologica risalendo
alla radice del germanico e, quando possibile, dell’indoeuropeo. Ho riportato
poi gli esiti che tale radice presenta nelle varie lingue germaniche antiche e
moderne.

6

Di seguito sono riportati nome, età e professione delle persone da me intervistate
per la raccolta dei termini peveragnesi:
• Bongiovanni Francesco, 78, guardiacaccia;
• Dutto Giovanni, 77, muratore in pensione;
• Garro Lucia, 76, commerciante in pensione;
• Giordanengo Antonio, 56, impiegato;
• Grosso Maria Costanza, 53, insegnante;
• Viglietti Rita, 64, insegnante in pensione.
7
Tomaso CAVALLO, Dàlogn e belesì, raccolta di poesie; Margherita VIALE, poesie
pubblicate su giornali locali; testi teatrali a cura di Rita VIGLIETTI, Alla ricerca di
Birùn. La maschera e il volto, Cuneo, 1991; Il Birùn ricreato, Cuneo, 1991; Mafalda,
Cuneo, 1995; La merla bianca, Cuneo,1999; Mariabìssoula ovvero la fata Melusina
di Peveragno, Cuneo, 2003. Alcune delle parole peveragnesi di origine germanica
che ho analizzato, per lo più aggettivi e verbi di uso comune, sono attestate nelle
poesie e nei libretti teatrali sopra citati.
8
W. MEYER - LÜBKE, Romanisches etymologisches Wörterbuch, Carl Winters
Universitätsbuchhandlung, Heidelberg, 1935, 3. vollständig neubearbeitete Auflage.

XI

�Ho cercato di individuare l’origine dei termini e definirne
l’attribuzione ad uno strato germanico specifico tra i quattro che sono stati
distinti dagli studiosi9: lo strato paleogermanico, relativo ai contatti tra
Romani e Germani prima della caduta dell’Impero, lo strato gotico, quello
longobardo e quello franco. Per riconoscere questi differenti strati, mi sono
servita di alcuni criteri che sono stati studiati e dibattuti a lungo, ma che non
sempre sono individuabili o presenti in modo inequivocabile e che, pur
fornendo un valido spunto di osservazione e riflessione, non vanno
interpretati come “leggi” e non permettono di giungere a conclusioni
inconfutabili.10 Tali criteri, per lo più indiretti,11 sono: l’area di diffusione della
voce; le peculiarità fonologiche o morfologiche attribuibili ad una lingua
piuttosto che ad un’altra; la cronologia dell’apparizione del vocabolo; gli indizi
di carattere culturale che possono essere riconosciuti come tipici di un’etnia
germanica piuttosto che di un’altra.
Il criterio dell’area è particolarmente utile per le voci gotiche e per
quelle longobarde. E’ probabile che siano gotiche quelle voci che si trovano
oltre che in Italia,12 nella Francia meridionale e nella penisola Iberica; le voci
longobarde, invece, sono di area soltanto italiana e spesso di ambito
regionale.

9

B. MIGLIORINI, Storia della lingua italiana, Sansoni, Firenze, 1961, pag. 72; M.
PFISTER, I superstrati germanici nell’italiano in Elementi stranieri nei dialetti italiani,
Atti del XIV Convegno del Centro di Studio per la Dialettologia Italiana (Ivrea 17-19
ottobre 1984), Pacini Editore, 1986, pag. 37; G. BONFANTE, Latini e Germani in
Italia, Paideia, Brescia, 1965, pag. 25.
10
Il Bonfante ha definito il lavoro di distinzione dei diversi strati germanici “uno dei
problemi più ardui della linguistica romanza”; cfr. G. BONFANTE, op. cit., pag. 25.
11
Per criterio diretto si intende generalmente la testimonianza di un autore.
12
I vocaboli gotici in Italia normalmente non sorpassano una linea che va al sud
della Toscana, cfr. M. PFISTER, op cit., pag. 45.

XII

�Il criterio fonologico più importante per la distinzione degli strati
germanici è quello della seconda mutazione consonantica che non interessò
né il gotico né il franco e che quindi dovrebbe permettere di distinguere gli
elementi longobardi dagli elementi gotici (ma non quelli gotici da quelli
franchi). Questo mutamento fonetico è stato oggetto di moltissime indagini e
ricerche ed oggi gli studiosi sono concordi nel ritenere che tale criterio non
basti più per distinguere elementi gotici da elementi longobardi.13 La seconda
mutazione pur rappresentando un segno di allontanamento dal gotico non
vale come principium individuationis delle parole longobarde nella lingua e
nei dialetti italiani.14
Un discorso particolare va poi fatto per le parole di origine franca.
Anzitutto non esistono o sono scarsi gli indizi fonetici che permettono di
distinguere le voci franche da quelle paleogermaniche o gotiche.15 Bisogna
poi considerare che all’epoca della conquista dell’Italia da parte dei Franchi,
questi erano in gran parte romanizzati, cioè di lingua romanza (protofrancese) e così per molti termini di origine franca è impossibile stabilire una
provenienza diretta dal franco piuttosto che dal francese. In particolare
nell’area piemontese al confine tra Francia e Italia, ed ancor più nelle valli di
frontiera tra Piemonte e Provenza (Peveragno rientra in quest’ultimo
territorio), gli influssi francesi e provenzali sono stati e continuano ad essere
fortissimi per cui risulta molto difficile stabilire con certezza il periodo in cui un
termine è penetrato o la lingua originaria di provenienza.

13

M. PFISTER, op. cit., pag. 42.
P. SCARDIGLI, Goti e Longobardi. Studi di Filologia Germanica, Edizioni
dell’Istituto Italiano di Studi Germanici, Roma, 1987, pag. 232. Cfr. G. BONFANTE,
op. cit., pag. 30: “Le parole con p per b sono dunque certamente longobarde; ma le
parole con b non sono necessariamente gotiche o franche”.
15
B. MIGLIORINI, op. cit., pag. 79.
14

XIII

�Non c’è ragione, inoltre, per cercare esclusivamente in una lingua
la provenienza di un dato vocabolo: può darsi benissimo che la penetrazione,
cominciata sotto la spinta di una lingua germanica, sia continuata poi per
l’influsso di un’altra.16
Ho deciso di includere nell’analisi quelle parole di origine franca
che, in peveragnese e/o in piemontese, sono giunte per mediazione del
francese.17 Questo è stato evidenziato di volta in volta.
Ho segnalato le parole esclusivamente peveragnesi; tutte le altre
sono comuni al piemontese.18 Ho scelto infine di escludere quei termini
italiani, che vengono usati comunemente anche in dialetto (per es. biacca,
magagna), ma ho analizzato le parole che seppur diffuse in tutta Italia, sono
di origine dialettale o di ambito prettamente settentrionale (cfr. magoùn,
bega).

16

B. MIGLIORINI, op. cit., pag. 75.
I prestiti dal francese continuano anche in epoca recente. Cfr. per es.
peveragnese e piemontese blaga, s.f. 'millanteria', blagā, v. intr. 'vantarsi, millantare'
e blagœr, s.m. 'spaccone, elegantone'. Dal francese blagueur 'chiacchierone,
millantatore', &lt; blague 'fandonia' derivata dall’olandese balg 'sacco di pelle specie
per il tabacco'; il passaggio di significato si spiega con l’aspetto della borsa per il
tabacco, che si presenta gonfia anche quando il suo contenuto è ridotto (M.
CORTELAZZO – C. MARCATO, I dialetti italiani. Dizionario etimologico, UTET,
Torino, 1998, s.u. blaghéur). Il termine olandese sarebbe stato preso a prestito dal
francese verso la metà del 1700 con il diffondersi delle usanze legate al fumo. Cfr.
W. VON WARTBURG, Französisches etymologisches Wörterbuch (FEW). Eine
Darstellung des galloromanischen Sprachschatzes, voll. XV, XVI, XVII Germanische
Elemente, R.G. Zbinden, Basel, 1959-1969, s.u. balg.
Cfr. ata. sass.a. balg, atm. balc, ted. Balg 'pelle', nord.a. belgr, dan. bœlg, sved.
bälg, ags. belg &lt; germ. *balgi- 'sacco, pelle di animale' &lt; ie. *bhelgh- gonfiare,
gonfiarsi.
18
Ho verificato le corrispondenze nel dialetto piemontese servendomi
essenzialmente di due strumenti:
V. DI SANT’ALBINO, Gran dizionario piemontese-italiano, Società L’unione
tipografico-editrice, Torino, 1859 (edizione anastatica, L’Artistica, Savigliano, 1993);
A. LEVI, Dizionario etimologico del dialetto piemontese, G.B. Paravia &amp; C, Torino,
1927.
17

XIV

�2.

Chiave di lettura delle parole dialettali

Espressione di una cultura esclusivamente orale il dialetto di
Peveragno si è costantemente appoggiato al piemontese ed all’italiano nelle
non frequenti occasioni in cui ha dovuto ricorrere alla scrittura. E a queste
lingue è andato via via attingendo per coprire i crescenti bisogni comunicativi
all’interno della stessa comunità dei parlanti, accentuando così la sua
posizione di subalternità senza che mai alcuno, finora, si curasse di fissare,
raccogliendoli e mettendoli per iscritto, i tesori di un vocabolario che andava
rapidamente disperdendosi per la drastica diminuzione dei parlanti provocata
dalla

scolarizzazione,

dall’influsso

dell’onnipresente

televisione,

dalle

trasformazioni sociali ed economiche.

In questo lavoro ho scelto di adottare, per la trascrizione dei termini
peveragnesi, la grafia cosiddetta Escolo dou Po o concordata:19
Per facilitare la lettura, ho indicato sempre gli accenti tonici, eccezion fatta
per i monosillabi e le parole piane. In particolare la vocale e qualora non
accentata è da intendersi chiusa, mentre è sempre accentata quando aperta.

19

La grafia concordata messa a punto nel 1971 per la trascrizione dell’occitano
cisalpino tenendo presenti i due modelli di grafia dell’Occitania d’Oltralpe – la
normalizada dell’Istituto di Studi Occitani (I.E.O.), di tipo etimologico, e la
mistraliana, usata da Mistral e dai Felibre, parzialmente più fonetica – viene
utilizzata anche dall’Atlante Toponomastico del Piemonte Montano in corso di
realizzazione a cura della Regione Piemonte e dell’Università degli Studi di Torino.

XV

�Vocali
a, e, é, è, i, o

come in italiano

ë

vocale muta o semi muta

œ

o turbato, come in francese feu

ou

u italiana di mulo

u

u francese di perdu 'perso'

-

posto sopra le vocali, indica vocali lunghe

Consonanti – Si scrivono come in italiano, tranne le seguenti:
ch

c italiana di ceci

c

c italiana di cane, davanti ad a, o, œ, ou, u

qu

ch italiana di chi davanti ad e, ë, i

j

g italiana di gelo davanti ad a, o, œ, ou, u

g

g italiana di gelo davanti ad e, ë, i

g

g italiana di gara davanti ad a, o, œ, ou, u

gu

gh italiana di gheppio davanti ad e, ë, i

s

s sorda italiana di sole,
può essere semplice o doppia

z

s sonora italiana di rosa

ts

z sorda italiana di azione

dz

z sonora italiana di zebra

XVI

�sh

sc(i) italiana di scimmia

nh

gn italiana di sogno

lh

gl italiana di aglio

zh

j francese di jeu 'gioco'

h

indica iato oppure due vocali che devono essere
pronunciate distintamente

‘

indica la caduta occasionale di una o più
articolazioni

XVII

�CAPITOLO I
TESTIMONIANZE STORICHE E ARCHEOLOGICHE

I.1 - IL CASTELVECCHIO DI PEVERAGNO

Lo scontro della Pasqua del 402 nella pianura pollentina, tra gli
eserciti romano e gotico al comando di Stilicone e Alarico, insieme al vano
assedio di Asti,20 fu uno degli episodi più traumatici per l’attuale territorio
piemontese, avvezzo a vivere in uno stato di costante insicurezza, malgrado
il sistema fortificato da tempo organizzato a ridosso delle Alpi, il Tractus
Italiae circa Alpes illustrato nella Notitia Dignitatum.21 Le vicende
direttamente conseguenti alle scorrerie dei Visigoti di Alarico e Ataulfo (401 e
403; 408-410) e dei Burgundi di Radagaiso (nel 405) fecero comprendere
che la catena alpina non costituiva più una barriera invalicabile e quale
conseguenza di queste incursioni anche il sistema insediativo cominciò a
variare.
Uno dei fenomeni più rilevanti della diversa articolazione delle
forme insediative, in risposta alla precaria situazione politica creatasi alla fine
del IV secolo, è la nascita dei primi villaggi d’altura, che documentano la
diffusa esigenza di protezione e difesa da minacce esterne della popolazione

20

Nel 402 Alarico ed il suo esercito posero invano l’assedio alla città di Hasta dove
l’imperatore Onofrio si era rinserrato; fallito il tentativo d’assedio i goti di diressero a
Pollentia per la via Fulvia. Cfr. E. MOSCA, Le invasioni barbariche. I visigoti, in
Atlante Storico della Provincia di Cuneo, cit.
21
Not. Dign. Occ. XXIV, 5 - G. CLEMENTE, La notitia Dignitatum, Cagliari, 1968.
1

�locale, senza che si possa attribuire loro una funzione esclusivamente
militare o civile.22
Il villaggio fortificato costruito a partire dalla fine del IV secolo sulla
sommità del Castelvecchio ne è un esempio. L’altura sorge al centro del
territorio compreso tra il corso dei torrenti Pesio e del suo affluente Iosina, in
frazione Montefallonio [Tav. I e II]. Su questa collina, negli anni 1993-1996, la
Soprintendenza Archeologica del Piemonte ha condotto alcune campagne di
scavo che hanno permesso il rinvenimento di un’ampia campionatura di
fibbie di cintura, che si collocano nell’ambito del VI secolo.
Tra queste una in particolare è stata segnalata come prodotto di oreficeria
tipico del costume femminile gotico del VI secolo. Si tratta di una grande
fibbia di cintura fusa in argento (6,2 cm., compresa la cerniera, x 4,5 cm.) ed
ornata a Kerbschnitt,23 di cui rimane solo la placca rettangolare formata da
due parti: una cornice con bordura articolata da un motivo ad onda e con agli
angoli sporgenti dal profilo quattro castoni circolari contenenti almandini (ne è
conservato uno solo ) e con decorazione a fitta serie di linee, parallele sul
lato di attacco all’anello, convergenti a formare triangoli sugli altri lati. Nella
parte centrale aperta è inserita, dal retro, una piastra argentea con cinque
castoni dal profilo corroso ed irregolare (i quattro angolari più piccoli di quello

22

E. MICHELETTO, Forme di insediamento tra V e XIII secolo: il contributo
dell’archeologia, in Archeologia in Piemonte, cit., pag. 51.
23
Secondo lo studioso svedese Wilhelm Holmqvist, la “personalità” dell’arte
germanica, prende le mosse da un particolare tipo di ornamentazione a base di
animali Tierornamentik e da una particolare tecnica di intaglio il cosiddetto
Kerbschnitt che non sono novità d’invenzione germanica, ma spunti che suscitarono
nei Germani grande interesse e ardore d’imitazione; cfr. P. SCARDIGLI, op. cit.,
pag. 27.
2

�centrale). Il fissaggio della placca alla cintura avveniva mediante quattro
piccoli perni posti agli angoli, due dei quali ancora conservati24 [Tav. III].
Il reperto proviene dalla raccolta di superficie, ma mantiene intatto il suo
valore di indicatore cronologico a testimonianza di una importante fase di
insediamento di età gota, senza voler attribuire all’oggetto un significato
etnico assoluto. Questo esemplare confluisce nella ormai cospicua serie di
ritrovamenti in Italia, nella maggioranza non datati su base stratigrafica,
relativi a sepolture di donne gote tra la seconda metà del V secolo e la prima
metà del successivo.
La prima fonte che riferisce dell’insediamento è un atto della metà
del XIII secolo relativo alla vendita di un castagneto in questo territorio che
cita un castrum vetulum, con buona probabilità da identificarsi con il
Castelvecchio di Montefallonio.25 Il dato è particolarmente significativo, in
quanto documenta un sito fortificato di antica fondazione, di cui rimane
memoria in epoca medievale per la probabile presenza di ruderi, ma non più
abitato, anzi occupato dal bosco e che non pare avere alcun ruolo nelle
vicende dell’incastellamento successivo al Mille. L’indagine archeologica,
sembrerebbe confermare l’abbandono del sito nel corso dell’altomedioevo.
I dati di scavo non consentono per il momento di dare contorni precisi e di
datare con sicurezza la fine dell’insediamento di Castelvecchio; vi fu con
buona probabilità un evento traumatico, accompagnato forse da un incendio

24

Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, n. 13, cit., pag. 154.
E. MOROZZO DELLA ROCCA, Le storie dell’Antica città di Monteregale ora
Mondovì in Piemonte, 1894, edizione anastatica a cura di L’Artistica, Savigliano,
1972, vol. I, Atto di vendita del 15/03/1243.
25

3

�che costrinse gli abitanti ad una fuga precipitosa, confermata dai numerosi
utensili metallici abbandonati nelle case, alcuni dei quali occultati
intenzionalmente. Delle antiche strutture rimane oggi solo un breve tratto di
un poderoso muro in pietre legate da malta, con sporadica disposizione a
spina di pesce. I caratteri costruttivi della muratura, le sue considerevoli
dimensioni in larghezza ed alcune tracce sul banco roccioso inducono ad
identificarla come parte di una torre, progressivamente spogliata dopo
l’abbandono e nel corso dei secoli successivi, per il recupero di materiale
lapideo; essa potrebbe collegarsi ad ulteriori strutture difensive, dal carattere
precario. Al suo esterno, in direzione ovest un vistoso avvallamento del
terreno potrebbe anche far supporre l’esistenza di un fossato.
I primi risultati dello scavo archeologico, avviato nel 1993, confermano la
presenza di un abitato prevalentemente ligneo, disposto su terrazzamenti
ricavati con considerevoli azioni di taglio e livellamento della roccia. Queste
ultime hanno provocato la parziale distruzione di una stratificazione
protostorica, articolata in più fasi a partire dalla media età del Ferro (VI-V
secolo a.C.), documentata per il momento solo da materiali ceramici in
giacitura secondaria e da lembi di stratificazione. Tali opere, non derivate
dalla necessità di cava di materiale lapideo da costruzione, dal momento che
quest’ultimo sarebbe stato di mediocre qualità, interessando solo la parte
superficiale del substrato roccioso, documentano il preciso intento di
occupare anche il settore più impervio del colle, quello più facilmente
difendibile. Tutta la sommità per una lunghezza superiore ai 100 m ed una
larghezza accertata di circa 50 m, risulta occupata da strutture abitative, non
definibili per il momento con precisione nella planimetria e nella stessa
4

�tecnica costruttiva. I modesti edifici erano in parte addossati alla parete litica,
sulla quale poggiavano anche travature di copertura o di impalcato ligneo a
giudicare dagli incavi presenti; il ritrovamento di consistenti quantità di
laterizi, soprattutto negli strati di colluvio, consente di ipotizzare il tipo di
copertura. I muri d’ambito potevano avere anche uno zoccolo in pietre legate
da malta, e forse un elevato in legno per le fasi attribuite al IV e V sec.
Ad uno dei muri era collegato un focolare (forse parte di un forno) con
basamento quadrangolare realizzato con laterizi di reimpiego, la cui tipologia
trova ampi riscontri in periodo tardoromano e altomedievale.
La particolare attenzione prestata alla distribuzione delle cellule abitative
lungo i primi terrazzamenti è confermata anche dalla realizzazione di una
sorta di canale-fossato, che dovette servire in un primo momento per il
convogliamento delle acque di versante e successivamente, dopo la
colmatura, come strada di accesso all’area sommitale.
Se la datazione della torre presenta incertezze, per la scarsità dei materiali
ceramici tra cui si segnalano tuttavia alcuni frammenti di terra sigillata di
imitazione che orientano alla fine del IV-V secolo, i livelli di vita collegati agli
edifici di abitazione hanno restituito materiali omogenei, inquadrabili nel
medesimo arco cronologico, insieme a due monete del IV secolo, la cui
circolazione può agevolmente aver interessato anche parte del secolo
successivo. L’analisi C14 effettuata sui carboni di due fornetti scavati nel
substrato roccioso consente di ipotizzare un primo momento di arroccamento
alla metà del III secolo d.C., cui seguì probabilmente un abbandono, con la
progressiva obliterazione delle camere di combustione causata dal terreno
colluviale, contenente esclusivamente materiali protostorici.
5

�L’intensiva rioccupazione dell’altura nel corso del IV secolo (probabilmente
nella seconda metà), con una più evidente connotazione difensiva
accentuata dalla presenza della torre, ben si inserirebbe nel momento di
riorganizzazione del limes alpino, così come ci viene riferito dalla Notitia
Dignitatum nei primi anni del V secolo.
Nel Tractus Italiae circa Alpes si evidenzia la necessità del controllo dei più
importanti tracciati viari, con il rafforzamento dei vecchi centri e la creazione
ex-novo di nuclei difensivi. Il Castelvecchio viene così annoverato tra quei siti
d’altura cui si attribuisce una generica funzione di controllo e sbarramento di
potenziali direttive di passaggio lungo sistemi vallivi non interpretabile come
limes, ma espressione di una concezione strategica di difesa lungo possibili
vie di penetrazione.

6

�I.2 - LA BATTAGLIA DI POLLENZO

Le fonti più antiche relative alla presenza di germani nel territorio
dell’attuale provincia di Cuneo si riferiscono alla battaglia di Pollenzo che
vide lo scontro tra Alarico, re dei Visigoti e Stilicone, generale romano di
origine barbara.
Il 18 novembre del 401, mentre l’esercito romano di Stilicone era
impegnato sul fronte retico, Alarico si era affacciato ai confini orientali
dell’Italia con tutto il suo esercito: era l’inizio della guerra gotica.
Costretti a rinunciare ad un’azione su Milano a causa della controffensiva
delle legioni di Stilicone e fallito l’assedio di Asti, bloccato dalla popolazione
stessa riparata dalle possenti mura della città, i Visigoti posero il campo
presso Pollenzo, alla confluenza dell’antico corso della Stura di Demonte con
il Tanaro. Le donne, gli anziani ed i bambini sistemarono le tende su un
modesto rilievo roccioso a mezzogiorno dell’attuale città di Bra; tutti gli
uomini e la cavalleria si accamparono nella pianura stretta tra il monte di S.
Vittoria e i due fiumi. Era il 6 aprile 402, giorno di Pasqua.
Consapevole del fatto che il generale Stilicone li avrebbe raggiunti in fretta e
non avrebbe rinunciato a dar loro battaglia, Alarico convocò il consiglio di
guerra per decidere con gli anziani circa l’azione militare o eventuali
negoziati, ma non pensò che lo scontro fosse imminente, ricorrendo in quel
giorno la festività della Pasqua.26

26

M. MINOLA, Alarico e Stilicone a Pollentia, in Grandi battaglie in Piemonte da
Annibale alla seconda guerra mondiale, Edizioni l’Arciere, Cuneo, 1993, pag. 26 e
segg.
7

�Le fasi della battaglia ci sono note attraverso le opere di Claudiano27 e
Orosio.28 Le legioni di Stilicone si distesero lungo la cerchia delle colline in
maniera da impedire la fuga verso occidente, chiudendo la via delle Gallie ai
Goti che avevano la città ed i fiumi alle spalle. L’attacco con la cavalleria fu
affidato a Saulo, luogotenente di Stilicone. I Visigoti reagirono dopo un primo
momento di smarrimento e riuscirono vittoriosi sulla cavalleria romana; lo
stesso Saulo rimase ucciso. Solamente l’entrata in azione della fanteria
romana comandata da Stilicone, che fino a quel momento aveva osservato lo
svolgimento della battaglia dall’alto delle colline, riuscì a ristabilire le sorti del
combattimento. In breve i Visigoti furono accerchiati: da un lato il Tanaro,
gonfio d’acqua non offriva alcuna possibilità di guado, dall’altro lato Pollenzo,
ben difesa dalla sua cerchia di mura. L’unica via che apparve ad Alarico fu
quella di Levante, verso il monte di S. Vittoria. E fu in questa direzione che i
Visigoti cercarono di forzare l’accerchiamento. Le legioni romane li
attendevano sul colle. La battaglia si fece ancora più cruenta ed i Romani
riuscirono ad avere la meglio;29 il grosso delle forze barbare riuscì a superare
le linee nemiche solo a tarda notte, passando a guado sulla riva destra del
Tanaro e fuggendo verso le alture delle Langhe.
Migliaia di Visigoti furono uccisi e centinaia catturati; tra gli ostaggi risultarono
anche la moglie e le nuore di Alarico, il quale riuscì a malapena a sfuggire

27

C. CLAUDIANUS, De bello gothico, vv. 472 e segg. e vv. 637 e segg.
P. OROSIUS, Historiarum adversos paganos, VII, 37.
29
Prudenzio, Contra Symmacum, vv. 717-719 e vv. 742-743 descrive i campi di
Pollenzo “coperti di ossame barbarico”. Diverso il commento di Giordane in Mon.
Germ. Hist. Get. XXX che afferma che a fuggire furono le legioni romane, opinione
avallata da Cassiodoro nel Chronicum ad a. 402. La moderna critica storica ha
accertato che Cassiodoro e Giordane non sono fonti molto affidabili in quando
decisamente filogoti e comunque fonti tardive rispetto agli avvenimenti. Claudiano,
Prudenzio ed Orosio scrissero subito dopo la battaglia: tutti e tre concordemente
attribuiscono la vittoria a Stilicone.
28

8

�alla cattura. Nonostante le forti perdite subite, il grosso dell’esercito goto che
si stava ritirando poteva ancora rappresentare una minaccia per l’Italia; la
cavalleria era uscita quasi indenne dallo scontro.30 La battaglia di Pollenzo si
rivelò decisiva, non tanto dal punto di vista tattico, ma da quello strategico,
perché obbligava Alarico a rinunciare ad ogni ulteriore velleità offensiva e a
concludere un accordo con Stilicone. Anche il generale romano aveva buoni
motivi per arrivare al più presto ad una conclusione delle ostilità: le scorrerie
dei Visigoti sul territorio italiano, la possibile minaccia all’Urbe, la debolezza
del potere imperiale e i contrasti con la corte orientale erano tutti elementi
che lo preoccupavano.
Si giunse così ad una trattativa: i Visigoti si sarebbero ritirati dall’Italia, in
cambio i Romani avrebbero liberato i numerosi ostaggi catturati a Pollenzo.
La guerra gotica volse così al termine. Una seconda vittoria di Stilicone in un
breve scontro presso Verona nell’estate del 402 fermò totalmente le
aspirazioni del condottiero barbaro che aveva tentato un’ulteriore attacco
sulla via della ritirata.
I Visigoti, decimati dalla guerra, dalle diserzioni e da una devastante
epidemia, abbandonarono l’Italia. Alarico e i suoi sarebbero ritornati nel 410
per attaccare con successo Roma, non incontrando la resistenza del
generale Stilicone, caduto in disgrazia.
Dopo l’evento bellicoso, Pollenzo conobbe una rapida decadenza.

30

Alcune frammentarie notizie riferiscono della presenza sul valico del Colle
dell’Argentera (Maddalena) di alcuni gruppi di goti del re Alarico, nel 402, durante il
ritorno in Gallia dopo la sconfitta subita presso Pollenzo. Altri ipotizzano tale
passaggio per il Colle di Tenda e per il colle dell’Agnello. Cfr. M. BRUNO Valichi di
Provenza, Coumboscuro Centre Prouvençal, Gribaudo Cavallermaggiore, 2001,
pag. 151 e 165, pag 39, pag. 207.
9

�I.3 - LA CITTA’ ROMANA DI PEDONA

All’imbocco della valle Vermenagna si trovava la città romana di
Pedona (nel territorio dell’odierna Borgo S. Dalmazzo), fiorente nei primi
secoli dell’impero e statio per l’esazione della Quadragesima Galliarum.31 La
città era importante crocevia di traffici commerciali e militari. Da qui si
diramavano tre vie alpine: la prima che raggiungeva il mare saliva lungo la
Valle Vermenagna e, valicata la catena alpina al Colle di Tenda, proseguiva
fino a Nizza. La seconda via alpina verso il mare s’inoltrava invece lungo la
valle del Gesso di Entracque spingendosi tortuosa in direzione del Colle di
Finestra. Scendeva quindi lungo la Vésubie e raggiungeva Cemenelum
(Cimiez) e Nicae (Nizza). Infine, da Pedona, si staccava la terza via alpina, al
tempo sicuramente la più importante e frequentata, che, lungo il solco della
Valle Stura di Demonte, saliva al Colle dell’Argentera, ora della Maddalena o
di Larche32 [Tav. IV].
La città di Pedona dovette rivestire un ruolo non trascurabile ancora in età
gota, proprio per la sua posizione strategica di controllo degli assi viari verso
la Liguria e la Gallia.

31

G. MENNELLA, La “Quadragesima Galliarum” nelle “Alpes Maritimae” in
Mélanges de l’École Française de Rome, n. 104, pagg. 209-232.
La Quadragesima Galliarum era una tassa pari ad 1/40 (corrispondente al 2,50%)
sul valore delle merci trasportate. Cfr. M. BRUNO, op. cit., pag. 30 nota 22.
32
M. BRUNO, op. cit., pagg. 20 e 21.
10

�Pedona nel secolo VI, benché fosse né ampia di territorio né
popolosa d’abitanti, era tuttavia civitas, cioè capoluogo del suo municipium,
ed è ricordata per la prima volta in una lettera scritta intorno al 510 e raccolta
nelle Variae di Cassiodoro, ministro di Teodorico (Variae, I, 36):

Ferreolo viro spectabili Theodoricus Rex.
Utilitas personarum bonarum debet successione renovari, ne
defectu servientium patiatur aliquod res suspensa dispendium. Et ideo locum
te iubemus quondam Benedicti in Pedonensi civitate ex nostra auctoritate
suscipere, ut omnia vigilanti ordinatione procurans, nostrae gratiae merearis
augmenta. Debes enim advertere quam vicissitudinem reddere studeamus
vivis, qui mortuorum fidem non possumus oblivisci. Illud etiam pietatis
nostrae consuetudine commonemur, ut quoniam devotorum nobis memoria
probata non deficit, antefati Benedicti quondam filios, qui sincera nobis
cognoscitur devotione paruisse, civili facias tuitione vallari, quatenus
defensionis praesentis commodo sublevati, et securitatem sibi gaudeant
paterna servitia contulisse. Prosit ergo generi, quod potuit unius devotione
praestari; quia maiora nos decet tribuere, quam videamur a servientibus
accepisse. Haec aequalitas aequitas non est, sed pars nostra iustissime
pensat, cum reddendo plus fuerit onerata.

11

�A Ferreolo, uomo spettabile, il re Teodorico.
Il bene, che fanno le buone persone, deve rinnovarsi nella loro
successione, affinché per difetto di buoni impiegati non venga danno allo
stato. E perciò ti ordiniamo di prendere per autorità nostra il posto del defunto
Benedetto nella città di Pedona, onde tu amministrando ogni cosa con ordine
e vigilanza, possa meritare un aumento nel nostro favore. Devi infatti
considerare quale gratitudine noi ci studiamo di mostrare ai vivi, mentre
neppure dei morti non possiamo dimenticare i fedeli servigi. E perciò
secondo l’abitudine della nostra pietà siamo spinti a ordinarti, che siccome
non ci abbandona mai la memoria dei nostri devoti, così tu faccia munire
della regia tuitio i figli del ricordato Benedetto, che ci fu ubbidiente devoto
ufficiale, affinché così, sollevati dal vantaggio di questo privilegio, godano di
vedere che i servizi del padre hanno loro fruttato questa sicurezza. Giovi
quindi anche ai figli la devozione prestataci dal padre, perché sta bene che la
nostra ricompensa si estenda anche oltre il servizio a noi prestato. Questa
non è stretta giustizia, ma pure riteniamo il nostro compito ponderare con
somma giustizia anche quando sentiamo maggior onere nel retribuire.33

Tra le preziosità di stile caratteristiche di Cassiodoro, ciò che
risulta è onorevole e gratificante per il re e per il delegato, Benedetto, che
secondo l’ipotesi del Gabotto34 era stato conte a Pedona.

33

Traduzione di A.M. RIBERI in S. Dalmazzo di Pedona e la sua abbazia (Borgo
San Dalmazzo) con documenti inediti, Biblioteca della Società Storica Subalpina,
CX, Torino, 1929, pagg. 110 e 111.
34
F. GABOTTO, Storia della Italia Occidentale nel Medio Evo (395-1313), Biblioteca
della Società Storica Subalpina, LXII, Pinerolo, 1911, pag. 380 nota 1.
12

�Si desume che fu un pubblico ufficiale affezionato al sovrano e al luogo di
sua residenza; infatti morì a Pedona e qui lasciava la sua famiglia non ricca e
tormentata da qualche pendenza finanziaria in conseguenza di quanto aveva
operato il padre per il pubblico servizio. Il re, mentre ricorda la memoria del
buon funzionario, manda Ferreolo a sostituirlo, spronandolo ad emulare il
predecessore coll’attrattiva della sua riconoscenza e col miraggio di qualche
promozione; lo incarica intanto di applicare a difesa della famiglia di
Benedetto il privilegio della tuitio regia. Siamo in un’epoca in cui il valore
della legge è assai affievolito; vicino al conte per i latini troviamo pure un
comes Gothorum, c’è un tribunale militare e un foro ecclesiastico, ci sono
immunità e privilegi di casta; quindi in tutte le classi la tendenza
all’esenzione, all’immunità, almeno all’equilibrio dei privilegi. La tuitio regia è
quindi un privilegio, che sottrae il privilegiato al solito corso dei tribunali
ordinari, coll’interposizione del sovrano. Essa aveva origini romane, ma
funzionò più spesso nei periodi di decadenza. La tuitio occorre più volte sotto
Teodorico e va considerata come un effetto del concentramento dei poteri
nelle mani del re e della corsa sempre crescente al regime di privilegio.
Intanto con la lettera di Cassiodoro ci sono conservati i nomi di due
rispettabili magistrati dell’antica Pedona e d’un onorifico episodio che li
riguarda.

13

�I.4 - ABBAZIE E MONASTERI DI FONDAZIONE
LONGOBARDA

Alcuni centri monastici potrebbero essere sorti nel territorio
oggetto di indagine tra i secoli VI e VIII per volere di re longobardi. Si tratta
del Monastero di San Pietro di Pagno, dell’Abbazia di San Dalmazzo di
Pedona e dell’Abbazia di Villar San Costanzo, tutti situati nell’attuale
provincia di Cuneo [Tav. V]. Storicamente la nascita di questi centri religiosi
si inserirebbe nella “esplosione” di fondazioni monastiche che si manifestò
nell’Italia longobarda dovuta a fervore religioso intrecciato ad interessi politici
ed economici. Purtroppo le fonti certe sono molto scarse e non aiutano a
stabilire con certezza quando sia avvenuta la fondazione di questi monasteri,
tranne nel caso del Monastero di Pagno per il quale esiste una ricca
documentazione. Nel corso degli ultimi vent’anni queste fondazioni sono
state anche oggetto di investigazioni archeologiche ma l’archeologia dei
monasteri deve indubbiamente confrontarsi con serie difficoltà oggettive. Nei
casi in cui la continuità dell’istituzione monastica ha portato allo sviluppo,
dalla fondazione originaria, di vasti organismi architettonici che mantengono
tuttora specifiche esigenze di funzionalità e dove la successione delle fasi ha
determinato stratificazioni particolarmente complesse e frammentate, le
indagini comportano investimenti cospicui e tempi forzatamente prolungati
prima di poter raggiungere risultati certi.35

35

G. CANTINO WATAGHIN, Monasteri in Piemonte. Dalla tarda antichità al
Medioevo, in Archeologia in Piemonte, cit., pag. 161.
14

�I.4.1

MONASTERO DI SAN PIETRO DI PAGNO

La solida documentazione relativa al monastero di San Pietro di
Pagno, situato a non molta distanza da Saluzzo, in valle Bronda, permette di
stabilirne con certezza l’origine longobarda.
Il Chronicon novalicense dell’XI secolo cita più volte questo
monastero36 e, due passi in particolare, ne attribuiscono la fondazione a re
Astolfo (749-56). Il Frammento 6 del Libro Primo (La fondazione del
monastero di San Pietro nel luogo chiamato Pagno) riferisce che “Astolfo nel
principio del suo regno si mostrò molto zelante della religione,….. et
edificando diverse chiese e tra queste una in Piemonte in un luogo detto
Pagni, dove edificò un monasterio in honore del principe degl’apostoli”.37
Nel Libro Terzo, capitolo 26, viene ricordata la passata ricchezza del centro
monastico e Pagno viene definito “monastero un tempo ricchissimo e regale,
che era stato fondato da Astolfo, il re ambidestro”.38
In base alla tradizione di una sua intitolazione anche a San Colombano, che
non sembra peraltro anteriore al XVII secolo, il monastero è stato inserito da
molti studiosi nell’area di espansione di quello di Bobbio, la prima e più nota
delle fondazioni longobarde.39

36

Cronaca di Novalesa, a cura di G. ALESSIO, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1982.
Cfr. Libro I, 6-7, Libro III, 26, Libro IV, 2.1, 10, 19.1.
37
Cronaca di Novalesa, a cura di G. ALESSIO, op. cit., pag. 37.
38
Cronaca di Novalesa, a cura di G. ALESSIO, op. cit. pag. 177. In questo passo si
nomina Pagno tra i possedimenti donati da Lotario I alla Novalesa a risarcimento dei
beni che le erano stati sottratti da Ludovico il Pio al momento della fondazione
dell’ospizio del Moncenisio. Questa donazione è attestata in un diploma del 14
febbraio 825. Cfr. C. CIPOLLA, Monumenta Novaliciensia vetustiora, I, Roma, 1898,
(Fonti per la storia d’Italia, 31), pag. 73 e segg., doc. 27.
39
G.CANTINO WATAGHIN, op. cit., pag. 167 e G. ALESSIO, op.cit., pag. 37 nota 2.
15

�Il riscontro archeologico è invece costituito da un unico frammento
di rilievo, dal momento che è assai dubbia la presenza di strutture pertinenti
alla fase originaria fra quelle messe in luce negli scavi condotti negli anni
settanta nella zona absidale della chiesa attuale.40
I rapporti del monastero con l’ambiente longobardo, sarebbero
però confermati da un’iscrizione reperita proprio nella chiesa di Pagno che ha
dato adito a diverse interpretazioni a causa del suo stato frammentario e
delle pessime condizioni di conservazione. Lo studio più approfondito è stato
condotto da Alfonso Maria Riberi41 che partendo da alcuni dati oggettivi e
incontrastati (l’autenticità della lapide, la datazione del marmo utilizzato che
risale alla fine dell’VIII secolo, la composizione dell’iscrizione in versi
esametri) ha tentato una ricostruzione edotta dell’intera iscrizione42 e ne ha
proposto un’interpretazione cercando riscontro nei fatti storici. Secondo la
sua ipotesi la lapide sarebbe un’epigrafe onoraria, posta a ricordo di una
donna di nome Beatrice, che avrebbe lasciato in eredità i suoi possedimenti
ai monaci di Pagno.

40

G. CANTINO WATAGHIN, op. cit., pag. 167.
A.M. RIBERI, La lapide longobarda d’una “Regina” e di sua figlia Beatrice a
Pagno, 1943, estratto da: Bollettino della R. Deputazione Subalpina di Storia Patria
– Sezione di Cuneo, n. 23, 1° gennaio 1943-XXI. Un altro studio era stato
precedentemente condotto da G. Manuel di San Giovanni, Notizie storiche di Pagno
e valle Bronda presso Saluzzo, in Miscellanea di Storia Italiana, n. 27, 1889. Questo
storico riteneva che la lapide ricordasse la sepoltura di Giselberga, moglie di Astolfo.
42
La traduzione che il Riberi fornisce è: “Le anime celesti, che condannano le colpe
della vita, temono le macchie di questa terra nel giudizio di Cristo e godono liete di
essere sciolte dal carcere del corpo. Così una regina potente di merito, attraverso le
catene del mondo ritorna al trono celeste illesa da corruttela, e la figlia innocente
piange sulla morte che tarda a venire. Questa, fedele ai tuoi talami e doni, o Albino,
conservò nel casto petto le fiaccole verginali, tosto disdegnando il nome d’un
secondo coniugio. Questa, volendo nel suo pensiero benefico superare coll’amore il
danno tuo, o Natura, che invidiosa neghi i figli ai voti materni, ha già chiamato noi
(monaci di Pagno) quale prole generata dall’illustre sangue di Albino. Lo sposo
rifiutato non conveniva ai tuoi generosi costumi; tu infatti col tuo corpo prestante eri
stata fonte di gioia (Beatrice) alla madre”. Cfr. op. cit. pag. 17.
41

16

�Il Riberi ha identificato in Beatrice, una delle figlie di re Desiderio e di sua
moglie Ansa, nominata anch’essa nell’iscrizione come regina. L’iscrizione
non dimostra che le due donne siano state sepolte nella chiesta di Pagno né
che abitassero in quei dintorni; vuole semplicemente ricordare la
benefattrice, secondo un uso dell’epoca, e forse anche documentare l’origine
e la legittimità del possesso dei monaci.

I.4.2

ABBAZIA DI SAN DALMAZZO DI PEDONA

La critica storica riconosce in San Dalmazzo l’evangelizzatore
locale di Pedona (oggi Borgo San Dalmazzo), in un’epoca non facilmente
determinabile: un predicatore laico, vissuto prima della costituzione della
gerarchia ecclesiastica che svolse la sua azione missionaria in età precostantiniana e venerato come Santo. La tradizione riconosce che perlomeno
all’inizio del VI secolo esisteva un luogo di culto, poco fuori Pedona, in
un’area cimiteriale lungo la strada che portava alla costa ligure-provenzale.43
La prima menzione dell’Abbazia di San Dalmazzo è contenuta in
un passo di integrazione ad un diploma del 902, con il quale Ludovico III
attribuiva al vescovo di Asti Eilulfo una serie di beni, confermando quanto già

43

G. COCCOLUTO – P. GALLO, Da San Dalmazzo all’Abbazia di Pedona in S.
Dalmazzo di Pedona un’abbazia tra Provenza e pianura padana, guida alla mostra
realizzata dal Centro Culturale Pedo Dalmatia, Borgo San Salmazzo, 1990.
17

�espresso in un atto dell’anno precedente.44 Tali beni, tra cui appunto
l’abbazia, venivano conferiti come riconoscimento per l’appoggio prestato dal
vescovo a Ludovico III, re di Provenza, per l’elezione a re d’Italia.
Documenti resi noti dallo storico Meyranesio45 attesterebbero la
fondazione dell’abbazia all’inizio del VII secolo da parte di Teodolinda e del
marito Agilulfo; si tratta dei frammenti di una Chronica antiqua civitatis
Pedonae, che sarebbe stata redatta nel monastero fra il X e l’XI secolo, e di
quelli della carta di fondazione del monastero stesso, che l’erudito
settecentesco afferma di avere ricavato da un Cod. Rationarum Temporum
del cuneese Iacopo Berardengo, morto intorno alla metà del XVI secolo.46 La
fonte di questi testi è però assai discutibile in quanto sul Meyranesio pesa la
fama, non immeritata, di falsificatore; nel caso specifico è certo di sua
costruzione il codice attribuito al Berardengo. In mancanza di uno studio

44

G. ASSANDRIA, op. cit., vol. II, pag. 178, doc. CCCII e pag. 180, doc. CCCIII.
Secondo lo storico Morozzo della Rocca i due documenti sarebbero quasi identici
con la sola differenza che nel secondo verrebbero attribuite al vescovo di Asti anche
le abbazie di S. Dalmazzo di Pedona e di S. Maria di Narzole. Tale quasi identità
fece si che alcuni abbiano creduto trattarsi di un solo documento. L’atto del 902 si
sarebbe reso necessario per riparare ad una omissione dovuta a dimenticanza
dell’amanuense. Cfr. E. MOROZZO DELLA ROCCA, op. cit., pag. 407 e pag. 102
nota 16.
Pur se sussistono alcuni dubbi sull’autenticità diplomatica del passo che menziona
l’abbazia, la sostanza storica si ritiene oggi accettabile. Cfr. G. CANTINO
WATAGHIN, op. cit., pag. 162.
45
Giuseppe Francesco Meyranesio era nato il 27 marzo 1729 a Pietraporzio,
nell’alta valle Stura, appartenente allora alla diocesi di Torino. Compì gli studi a
Torino, dove, presso la locale Università, conseguì la laurea in teologia e fu ordinato
sacerdote. Fu parroco di Sambuco, paese della sua valle natia, dal 1768 alla morte,
avvenuta il 6 maggio 1793. Il Meyranesio s’interessò soprattutto a raccogliere
notizie e documenti relativi alle chiese vescovili, alle abbazie e ai monasteri degli
stati di terraferma della monarchia di Savoia, onde compilare una storia
ecclesiastica del Piemonte. Insieme ad altri studiosi del Settecento, è stato giudicato
dalla critica moderna particolarmente coinvolto nel fenomeno delle falsificazioni
epigrafiche. Cfr. A. GIACCARIA, Le antichità romane del Piemonte nella cultura
storico-geografica del Settecento, Società per gli Studi Storici, Archeologici ed
Artistici della Provincia di Cuneo e Società Storica Vercellese, Cuneo – Vercelli,
1994, pag. 88 e segg.
46
G. CANTINO WATAGHIN, op. cit., pag. 163.
18

�attento delle sue opere per il momento la sua testimonianza viene respinta in
toto.
Su questa incerta base documentaria si innesta la tradizione
agiografica, rappresentata da una vita di san Dalmazzo, nota come Passio
Ambrosiana dal codice finora ritenuto più antico, conservato alla Biblioteca
Ambrosiana di Milano e attribuito al X secolo; è recentissima la pubblicazione
della trascrizione di un manoscritto ritenuto di qualche tempo precedente (IXX secolo), conservato negli Archives Départementales di Avignone. In alcuni
codici, fra cui quello della Biblioteca Universitaria di Bologna, forse già dell’XI
secolo, il testo si presenta integrato della cosiddetta Additio Moccensis, un
complemento di racconto che deve il suo nome alla vallis Moccensis, la valle
francese dell’Ubayette, nella quale si colloca il suo anonimo autore.47 Il
Riberi, che per primo si occupò a fondo di questi materiali, collegò infine alla
vicenda di Dalmazzo, un’omelia da lui datata al V secolo e attribuita al
vescovo Valeriano di Cimiez, che conserverebbe il primo ricordo della
costruzione di un edificio di culto sulla tomba del santo.48 E’ stato
riconosciuto da tempo che l’omelia non appartiene alla produzione autentica
di Valeriano di Cimiez e che si deve piuttosto attribuire ad un autore del V-VI
secolo, finora non individuato.

47

Cfr. CANTINO WATAGHIN, op. cit., pag. 163 e segg.; E. MICHELETTO, La
chiesa di San Dalmazzo e la sua cripta. L’intervento archeologico e lo studio degli
elevati in La chiesa di San Dalmazzo a Pedona. Archeologia e restauro, Edizioni
Agami, Cuneo, 1999, pagg. 43 e 44.
48
A.M. RIBERI, op. cit., pag. 66 e segg.
19

�Alla scarsità di documenti certi, si aggiunge la difficoltà delle
ricerche archeologiche. Dell’antica abbazia sopravvive solo la chiesa,
costruita fra il X e l’XI secolo. Vari interventi sono stati operati sull’impianto
originario nel corso del periodo romanico e poi nel XVI e XVII secolo. La
ripulitura della cripta, il rilievo archeologico ed alcuni scavi operati dalla
Soprintendenza Archeologica del Piemonte, nel quadro di un programma di
indagini preliminari per il consolidamento e restauro operato nel 1995, hanno
consentito di individuare una serie di fasi costruttive assai articolata anche se
per ora rimane senza riscontro strutturale la presenza di un edificio di culto
altomedievale. Questa presenza è però implicitamente riscontrabile nei
numerosi materiali scultorei reimpiegati nella cripta [Tav. VI e VII] e in quelli
recuperati nel corso di scavi compiuti nel 1953 e occasionalmente ancora in
seguito,

inquadrabili nell’arco

dell’VIII-IX secolo,

con

una possibile

anticipazione al secolo precedente per un frammento di croce a bracci
patenti.49
Anche l’archeologia non può quindi fornire al momento indicazioni
precise circa le origini dell’abbazia. La tradizione di una fondazione
longobarda è stata però ribadita da numerosi studiosi50 a seguito
dell’attribuzione alla committenza regia di Ariperto II (701-712) del notevole
nucleo di materiali scultorei altomedievali presenti a Borgo ed affini ad altri
ritrovati presso le abbazie di San Costanzo del Villar e di San Costanzo al
Monte che sono stati considerati il prodotto di un’unica bottega di lapicidi.51

49

G. CANTINO WATAGHIN, op. cit., pag. 164.
La bibliografia di tutti gli studi esistenti su questo dibattuto caso è riportata in
dettaglio da E. MICHELETTO, La chiesa di San Dalmazzo e la sua cripta, cit., pag.
101, note 8 e 9.
51
E. MICHELETTO, La chiesa di San Dalmazzo e la sua cripta, cit. pag. 43.
50

20

�In

conclusione,

nessun

documento

prova

che

l’interesse

longobardo per l’area pedonense abbia assunto la forma di una fondazione
monastica, né gli ulteriori lavori di indagine archeologica programmati
nell’ambito della chiesa potranno essere risolutivi. Si tratta tuttavia di
un’ipotesi assai verosimile, coerente con le forme adottate dalla politica
longobarda di controllo del territorio e con il ruolo conferito al culto martiriale
nell’economia, non solo spirituale, dell’istituzione monastica.

I.4.3

ABBAZIA DI VILLAR SAN COSTANZO

L’abbazia Sancti Constantii de caneto sorgeva sul sito dell’attuale
chiesa parrocchiale di San Pietro di Villar San Costanzo. Il più antico cronista
che abbia scritto sul monastero è Gioffredo Della Chiesa,52 il quale, nella sua
Cronaca di Saluzzo redatta intorno al 1450, narra che la pia contessa
Adelaide di Susa, o meglio di Torino, restaurò il monastero dei SS. Vittore e
Costanzo, badia presso Dronero, che era stato fondato da Ariperto I (653661), presentato dagli storici come generoso fondatore di chiese e monasteri.
Anche il vescovo Francesco Agostino Della Chiesa, pronipote del suddetto
Gioffreddo, riferisce del monastero attribuendo la sua fondazione non al
primo, ma al secondo Ariperto re dei Longobardi (701-712) e fissa la data

52

Gli autori che hanno riportato notizie sulla fondazione di questa abbazia sono per
lo più autori locali le cui opere non sono più reperibili. Ho desunto tutte le notizie
riportate dal lavoro di E. OLIVERO, L’antica Chiesa di San Costanzo sul Monte in
Villar San Costanzo (Cuneo), Biblioteca per gli Studi Storici, Archeologici ed Artistici
per la Provincia di Cuneo, S. Lattes &amp; C. Editori, Torino, 1929, pag. 33 e segg.
21

�all’anno 713, ciò che non può essere perché Ariperto II affogò nel Ticino nel
712, mentre fuggiva dalle armi vittoriose di Ansprando, suo competitore.
Lo stesso autore, nella Descrizione del Piemonte, scrive che l’abbazia fu
fondata dal re Ariperto, senza dire quale, e si vede che fu lasciata in bianco
la data dell’anno, aggiunta poi da altra mano, 713. L’opinione che attribuisce
la fondazione a re Ariperto II fu seguita da Pietro Gioffredo nella sua Storia
delle Alpi Marittime, da J. Durandi nel Piemonte Cispadano antico e da D.
Muletti nelle Memorie storico diplomatiche di Saluzzo e dei suoi marchesi. Il
Meyranesio nel suo Pedemontium Sacrum53 scrive di Ariperto senza dire
quale. La tradizione trasmessaci da tali autori è accettabile e la fondazione
del monastero di Villar San Costanzo può quindi ragionevolmente attribuirsi
ad Ariperto II.
I monaci Benedettini fondatori potrebbero essere venuti da Bobbio, cenobio
fiorente allora sotto l’influenza longobarda. Questa ipotesi probabile è
espressa dal P. D. Francesco Borgarello, Eremita Camaldolese dell’Eremo di
Torino, nel suo manoscritto intitolato De Abbatia SS. Victoris et Constancii
Villarii eiusque Abbatibus. Egli scrive che il monastero Villariense fu prima
abitato dai monaci Benedettini di San Colombano di Bobbio, o da altri
Benedettini di altri monasteri subalpini o da anacoreti; aggiunge che il
monastero fu poi beneficato da Liutprando, Rachis, Desiderio, Carlo Magno
ed altri; ed ammette la fondazione di Ariperto II, colla nota però che la data
del 713 è erronea, poiché il re decedette nel 712.

53

Gli studi e le ricerche de Meyranesio (cfr. nota 37) si concretizzarono in parte
nella pubblicazione del primo volume del Pedemontium Sacrum, Torino, 1784; la
fondazione del monastero del Villar è riferita a pag. 8.
22

�Anche il Casalis nel suo Dizionario dice che i monaci del Villare erano venuti
dal monastero Bobbiense di S. Colombano. Del resto la parrocchia di Villar
San Costanzo è ancora dedicata a S. Pietro in Vincoli col patronato dei SS.
Costanzo e Vittore, essendo generalmente le chiese dei benedettini dedicate
a S. Pietro.
Anche se manca qualunque documento di sicura autenticità che
confermi l’attribuzione dell’abbazia all’iniziativa longobarda, non sono senza
significato la sicura presenza nel secolo VIII di un luogo di culto, attestata dai
frammenti di marmi scolpiti recuperati nell’area della chiesa o reimpiegati
nelle sue murature, e la contemporanea esistenza di un santuario sul monte
San Bernardo, dove la tradizione colloca il martirio di San Costanzo,
attestato in seguito come dipendenza dell’abbazia del Villare. Testimonianza
certa dell’esistenza del santuario è fornita anche in questo caso da frammenti
di rilievi reimpiegati nella chiesa romanica di San Costanzo al Monte, in
questo caso numerosi, ai quali si aggiungono forse resti di strutture,
individuati nei recentissimi lavori di ripulitura del piano inferiore [Tav. VIII e
IX]54, preliminari a un’indagine archeologica più approfondita.55

54

Si tratta di due pezzi scolpiti a intrecci matassa fiancheggiati dai tipici caulicoli,
chiamati anche riccioli. Tali sculture sono in marmo bianco proveniente forse da una
cava in Valgrana e sembrerebbero attribuibili al secolo VIII. Cfr. E. OLIVERO, op.
cit., pagg. 24 e 25.
55
G. CANTINO WATAGHIN, op. cit., pag. 167.
23

�Durante tutto il secolo X il Piemonte fu devastato dalle scorrerie
saracene.56 La tradizione attribuisce a queste incursioni la distruzione del
monastero di Villar San Costanzo, dell’abbazia di Pedona e di quella di
Pagno.
Le fondazioni di Pagno, Pedona e Villar San Costanzo,
ammettendo l’ipotesi che anche le ultime due siano effettivamente di epoca
longobarda, avrebbero costituito un sistema organico di controllo dell’area a
ridosso delle valli alpine meridionali e delle vie che le percorrevano; la loro
funzione sarebbe stata quindi in primo luogo, anche se non esclusivamente,
strategica.

56

E. MOSCA, I saraceni, in Atlante Storico della Provincia di Cuneo, cit. La prima
calata dei saraceni lungo la valle Pesio avvenne tra la fine del 903 ed il 904. La
cacciata definitiva dei saraceni dal Piemonte si ebbe attorno al 980.
24

����������CAPITOLO II
IL DIALETTO DI PEVERAGNO

A partire dagli anni settanta, il comune di Peveragno è stato
inserito dal MAO (Movimento Autonomista Occitano) nel territorio di cultura
occitana sulla base di rilievi condotti da François Fontan57 nell’area a ridosso
dell’unico punto di Atlante allora pubblicato,58 costituita dalle località di
Limone Piemonte e di Vernante investigate, intorno al 1936 circa, dall’ALI.59
Fontan utilizzò un questionario minimo, costituito da 30-40 domande ed
elaborato in collaborazione con il Prof. Antonio Bodrero di Frassino, che
permetteva di stabilire grosso modo se la località poteva essere o no inserita
nell’area occitana. François Fontan, al di là delle sue empiriche ricerche,
fornì interessanti notizie al Prof. Corrado Grassi, all’epoca titolare della
cattedra di Dialettologia Italiana presso l’ateneo torinese, il quale promosse
alcune ricerche e tesi di laurea sull’area tra la bassa Val Vermenagna e l’alta
valle del Tanaro60 che permisero di delineare con sufficiente chiarezza la
situazione linguistica di questo settore alpino.

57

F. FONTAN, La Nation Occitane: ses frontières, ses régions, 1969, edizione
italiana 1977, traduzione G. Giordana.
58
AIS (Atlante Italo Svizzero): K. JABERG, J. JUD, Sprach- und Sachatlas Italiens
und der Südschweiz, Ringier &amp; Co. A.G., Zofingen, 1928-1940.
59
ALI (Atlante Linguistico Italiano): M. BARTOLI et alii, vol. 1-3, Istituto Poligrafico e
Zecca dello Stato, Roma, 1995-1997 a cura di L. MASSOBRIO et alii. Archivio
presso l’Istituto dell’Atlante Linguistico Italiano, Università di Torino.
60
G. CANOVA, Analisi delle caratteristiche fonetiche delle parlate locali dell’Alta
Valle del Tanaro, Università di Torino, a.a. 1971-72; M.L. DE CAROLI,
Sopravvivenze alpino-provenzali nella parlata della Valle Pesio, Università di Torino,
a.a. 1971-72; B.M. GULI’, Resti della parlata provenzaleggiante nella fascia
pedemontana tra la Stura e l’Ellero, Università di Torino, a.a. 1971-72;
L. MARENCO, Descrizione delle parlate provenzaleggianti delle valli monregalesi,
Università di Torino, a.a. 1970-71; G. PRIALE, Il parlare del “kié” nell’alta Valle
dell’Ellero, Università di Torino, a.a. 1972-73.
34

�In particolare, il comune di Peveragno, con alcuni paesi limitrofi, è stato
investigato da Bianca Maria Gulì nella sua tesi di laurea presentata per
l’anno accademico 1971-1972 presso l’Università di Torino dal titolo: Resti
della parlata provenzaleggiante alpina nella fascia pedemontana tra la Stura
e l’Ellero.
Sicuramente la parlata di Peveragno, con quelle dei vicini comuni
di Boves e di Chiusa Pesio, è da considerarsi a base occitana sebbene abbia
subito una forte piemontesizzazione. La situazione di Peveragno è assai
simile a quella presente in buona parte dei comuni di fondovalle a diretto
contatto con le aree piemontesi, tanto che per quest’area intermedia è stato
da tempo coniato il termine di “area grigia”.
Tuttavia, a Peveragno le caratteristiche fonetiche della parlata
occitana sono decisamente più marcate: per esempio, l’infinito dei verbi della
prima coniugazione è –ā &lt; -are (parlare &gt; parlā; plorare &gt; piœrā) a differenza
del piemontese che presenta l’esito –é (&lt; –are).
Il peveragnese non conosce la dittongazione della vocale tonica ē
(&lt; ē, ĭ latine) in ey, tipicamente piemontese: tela &gt; pev. tela, piem. teyla; bevi!
&gt; pev. beou!, piem. beyv!; pipere &gt; pœoure, piem. peyver, patella &gt; pev.
pela, piem. peyla; sapere &gt; pev. savē, piem. savey; e conserva quindi una
caratteristica fonetica dell’occitano.

35

�Un’altra caratteristica decisamente alpina è legata all’ esito del
suffisso latino -atore &gt; -adou(r), generalmente ridotto in alpino a -àour &gt; oour &gt; -our, ecc. Nel peveragnese l’esito è -òou: pourtòou 'che porta' (è il
tralcio fruttifero della vite e delle piante da frutto in genere), trouplòou
'segone a due manici', nazòou 'stagno per la macerazione della canapa',
lavòou 'lavatoio', ëmboutòou 'imbuto', soutròou 'becchino', rablòou 'strascino'.
L’esito –adou(r) è presente in pochissimi casi, come nelle voci casadoù(r)
'cacciatore' e muradoù(r) 'muratore'. Nell’area piemontese vi è stata, per
influenza dall’area padana, una restaurazione della desinenza -adour, tant’è
che in certe valli alcuni termini sono presenti esclusivamente in forma
restaurata (muradour, pëscadour, casadour) penetrata da est grazie alla
cosiddetta corrente lombarda: infatti un tempo l’area prospiciente le valli
conosceva forme lenite (pescàou/pescòou61/pescour, casàou, casòou)
ancora presenti qua e là nella pianura pinerolese-cuneese.
Il peveragnese, come il gallo-romanzo, riduce inoltre i nessi latini
qu+a &gt; ca e qu+e/i &gt; qui, a differenza del piemontese che mantiene la
labiale: quando &gt; pev. cant, piem. quand; quasi &gt; pev. squèzi, piem. quaysi;
quattro &gt; pev. cat, piem. quat; quaranta &gt; pev. caranta, piem. quaranta;
coagulare &gt; pev. caiā, piem. quayà; coagulo, caglio &gt; pev. cai, piem. quay.

61

pëscòou a Peveragno è usato in forma aggettivale: jari pëscòou 'topo pescatore,
topo d’acqua'
36

�La parlata di Peveragno possiede poi un’alta percentuale di parole che
presentano l’esito palatale ch &lt; k + a: chat 'gatto', piem. gat; chelàia 'coda
dell’aglio, della cipolla'; brochu/ brocha 'rametto, stecco'; rauch/ raucha
'rauco/-a'; chafarc 'rastrelliera',62 chastre 'racchette per la neve'; bachas
'pozzanghera'; bachassa 'vasca',63 chomā 'meriggiare', nel significato locale
di 'ristagnare' (detto dell’acqua e del fuoco); javèla 'mannello di spighe'; jari
'topo'; gèrba 'covone'; janavèl 'barbagianni, allocco, animale dalle penne
arruffate'.64
Un altro fenomeno, sicuramente da ricondurre alla matrice galloromanza occitana, è quello relativo al trattamento del gruppo consonantico
latino –ng- davanti a vocale palatale, che presenta l’esito –nh-, di contro a
quello piemontese –nz- : punhe 'pungere'; unhe 'ungere'; tënhe 'tingere';
junhe 'attaccare, aggiungere'.
Inoltre, il peveragnese non conosce la ŋ velarizzata in posizione
intervocalica, ma ne conserva il tratto alveolo-dentale tipico dell’area
occitana, in contrapposizione al torinese e alla vicina area monregalese; ŋ
velarizzata è invece presente, come in tutta l’area gallo-romanza, in
posizione finale: bouŋ 'buono' (ma bouna 'buona'), viŋ 'vino', bisouŋ
'cespuglio', griŋ 'maiale'.

62

F. BRONZAT, Problemi di interazione linguistica tra Saluzzo e Pinerolo,
Università di Torino, a.a. 1998-99, pag. 194, carta 75.
63
F. BRONZAT, Problemi di interazione linguistica tra Saluzzo e Pinerolo,
Università di Torino, a.a. 1998-99, pagg. 136, 137, 138, carte 27 e 28. In
peveragnese la forma femminile è più utilizzata con valore aggettivale generalmente
riferita a sughi o condimenti molto abbondanti.
64
Proverbio: për brut qu’u sie ël janavèl për pare e mare u é sampe bèl. A
Peveragno si è però perso il valore primitivo e si pensa si tratti di un bruco o di un
animale simile.
37

�Come nelle vicine valli Stura, Gesso e Vermenagna, è presente
anche a Peveragno, l’epentesi di –d- nel nesso secondario latino -n(e)r-, che
ricorre nella maggior parte delle parlate occitane: sëndre 'cenere', vendre
'venerdì', gendre 'genero'. Sono inoltre conservate forme come alegre
'allegro'; stambre 'settembre'; outoubre 'ottobre', nouvambre 'novembre',
vedre 'vetro'.
La parlata di Peveragno, unitamente a quella delle valli del “kié”,
della Val Pesio e delle vicine Valli Vermenagna e Gesso, presenta una
caratteristica evoluzione fonetica del dittongo ay, che (come in francese)
monottonga in è: piem. layt, pev. lèt 'latte'; piem. fayt, pev. fèt 'fatto (participio
passato)'; piem. braye, pev. brèe 'pantaloni'; piem. fyayrá, pev. fièrā
'puzzare'; piem. vayre, pev. vère 'poco'.
Conserva poi molti elementi lessicali che ci riconducono a forme in
uso in altre valli alpine di cultura occitana, quali: artezìn 'rododendro', japā
'abbaiare', toumbā 'cadere', gode 'inghiottire', creze 'credere', mastra 'madia',
careia 'sedia', cuiée 'cucchiaio', rum 'crosta della polenta', foudìl 'grembiule',
tubā 'fumare', tuba 'fumo', tubaiera 'fumo intenso', stupe 'spegnere', a l’ubai
'all’ombra, a mezzanotte', brusc 'favo, acerbo', òous 'pungiglione', luzerna
'lucciola', arabrènt 'salamandra', slusi 'lampo', guërbina 'gerla', gorja
'grondaia', cuvèrt 'tetto', sanha 'acquitrino', iamunt / iaval 'a monte / a valle',
besoun 'gemello', àpia 'ascia', dée 'dito', dée chot 'dito mignolo', tripa 'pancia',
chichu/ chicha 'pupazzo, bambola, bambino/a', coura 'quando', dalonh
'lontano', piœvā 'solco'.

38

�E, ancora: i numerali ounze 'undici', douze 'dodici', tërze 'tredici',
sëze 'sedici'; finde 'persino'; marì 'cattivo'; jœvës 'giovedì' forma presente in
molti punti delle basse valli occitane; moucanàs 'fazzoletto'; liri 'giglio';
sounaia 'campano'; bijun 'resina'; cuspìa 'listerella di legno per la confezione
di cesti, rouzinā 'piovigginare', garb 'buco' e garbā 'bucare, forare'.
Dal punto di vista morfologico, presenta il plurale metafonetico che
interessa soprattutto le parole maschili che contengono la vocale o (om
'uomo' &gt; œmi 'uomini'; pialòt 'accetta' &gt; pialœt 'accette') o la vocale a (camp
'campo' &gt; quèmp 'campi'; tant 'tanto' &gt; tènti 'tanti'). Il fenomeno è diffuso in
ampie zone del Piemonte, soprattutto in bassa Val Sesia, tra la bassa Val Po
e il monregalese, nel brigasco. Inoltre, il plurale in ai è passato a è nei
participi passati maschili e femminili: per esempio, jurnèe 'giornate'; prèe
'prati'; aruvèe 'arrivati'.
Infine una peculiarità del dialetto peveragnese è la negazione
nhant, che si differenzia da quella piemontese nen.
In applicazione della legge n. 482 del 25 novembre 1999 “Norme
in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”, il 12 giugno 2000 il
Comune di Peveragno, con delibera n. 35 del Consiglio Comunale, ha
espresso il proprio parere favorevole affinché il Consiglio Provinciale di
Cuneo nel provvedere alla delimitazione dell’ambito territoriale in cui si
applicano le disposizioni di tutela della minoranza storica occitana, vi
comprenda anche il territorio peveragnese.

39

�CAPITOLO III
IL LESSICO DI ORIGINE GERMANICA

III.1 - IL MONDO ANIMALE

Nella sfera semantica degli animali ho analizzato non solo gli
zoonimi, peraltro poco numerosi, ma anche verbi relativi al comportamento
animale e termini indicanti oggetti e attrezzi strettamente legati alle attività
della caccia o dell’allevamento.

aiassa, s.f. 'gazza'
aiasìn, s.m. 'callo'
Si può risalire a una voce germ. *agatjō 'gazza', da confrontare con la radice
ie. *ak- 'tagliente, aguzzo, angoloso'65 (cfr. per es. sanscrito acri-h 'angolo,
spigolo').

Per

quanto

riguarda

l’evoluzione

semantica

dalla

radice

indoeuropea è probabile che una qualità di una parte dell’animale si sia
trasferita a indicare l’animale stesso.66 Secondo Llyoyd-Springer, il
riferimento è alla punta della coda.67

65

Per l’indicazione delle radici indoeuropee mi sono servita principalmente di:
J. POKORNY, Indogermanisches etymologisches Wörterbuch, Francke Verlag,
Bern und München, 1959 e A. WALDE, Vergleichendes Wörterbuch der
Indogermanischen Sprachen herausgegeben und bearbeitet von Julius Pokorny,
Walter de Gruyter &amp; Co., Berlin und Leipzig, 1930.
66
È procedimento comune evidenziare nel nome i caratteri morfologici
denominando piante e animali in base alle loro caratteristiche visibili come la forma
o il colore. Cfr. G. L. BECCARIA, op. cit., pag. 22 e segg.
67
A.L. LLOYD – O. SPRINGER, Etymologisches Wörterbuch des
Althochdeutschen, Göttingen – Zürich 1988, s.u. agalstra.
40

�È vero però che la gazza ha una coda piuttosto arrotondata, ma molto lunga,
più del corpo, e graduata. La caratteristica che ha permesso il passaggio
semantico potrebbe perciò essere l’affilatura della coda dovuta alla
lunghezza.
Il termine trova corrispondenza nell’ata. agaza, con l’estensione agazzala
che ha dato la forma ted. regionale Atzel. Le voci ata. agalstra, atm. agelster,
sass.a. agastria sarebbero derivate invece da un’altra radice germ. *agalstrō,
*agalstrōn . Esistono anche forme semplificate come ata. aga, ags. agu.68
L’origine del termine in peveragnese non risulta chiara. Levi fa riferimento a
una antica voce germanica, senza indagare oltre.69
Gamillscheg riporta il termine piemontese ajassa come derivato da una
forma gotica *agatja, ma non esclude la possibilità di un’origine longobarda.70

68

Per quando riguarda le parole germaniche mi sono servita di dizionari relativi alle
varie lingue germaniche alle singole voci.
In particolare per le voci gotiche:
G. KÖBLER, Gotisches Wörterbuch, E.J. Brill, Leiden – New York – København –
Köln, 1989;
F. HOLTHAUSEN, Gotisches etymologisches Wörterbuch mit Einschluss der
Eigennamen und der gotischen Lehnwörter im Romanischen, Carl Winters
Universitätsbuchhandlung, Heidelberg, 1934;
W.P. LEHMANN, A Gothic etymological dictionary (based on the third edition of
Vergleichendes Wörterbuch der Gotischen Sprache by Sigmund Feist), E.J. Brill,
Leiden, 1986;
S. FEIST, Etymologisches Wörterbuch der gotischen Sprache mit Einschluss des
sog. Krimgotischen, Verlag von Max Niemeyer, Halle a.S., 1909;
per le voci alto tedesche antiche:
G. KÖBLER, Wörterbuch des althochdeutschen Sprachschatzes (WAS), Ferdinand
Schöningh, Paderborn - München – Wien – Zürich, 1993;
ed inoltre:
J. und W. GRIMM, Deutsches Wörterbuch, Verlag von S. Hirzel, Leipzig, 18541961, XVI voll.;
F. KLUGE, Etymologisches Wörterbuch der deutschen Sprache, 22. Auflage unter
Mithilfe von Max Bürgisser und Bernd Gregor völlig neu bearbeitete von Elmar
Seebold, Walter de Gruyter &amp; Co., Berlin – New York, 1989.
69
A. LEVI, op. cit., s.u. aiasa.
70
E. GAMILLSCHEG, Romania Germanica (RG). Sprach- und Siedlungsgeschichte
der Germanen auf dem Boden des alten Römerreichs, Walter de Gruyter &amp; Co.,
Berlin 1934-1936, III, 39 e IV, 50.
41

�In effetti, la sibilante interna potrebbe rappresentare l’esito di una forma
longobarda, per cui propenderei per quest’ipotesi.
Il diminutivo del termine aiassa, reso con il suffisso –in, sta a indicare in
peveragnese, come in piemontese, 'il callo' dei piedi. Si tratta di una metafora
implicita, in quanto la denominazione andrà intesa come un originario œi
aiasìn cioè 'occhio di gazza', con uno sviluppo di significato traslato dovuto
alla forma circolare e tondeggiante del piccolo callo dei piedi, che può essere
paragonata a quella dell’occhio dell’uccello (occhio vale anche in it. 'gemma,
foro o apertura circolare'). Si può confrontare con diversi nomi popolari del
callo come occhio pollino, occhio di gallina, occhio di tacchina, occhio di
pernice ed anche occhio di pesce.71 Anche in tedesco il callo ai piedi è
Hühnerauge; esiste inoltre la forma regionale Elsterauge.72

bèrta, s.f. 'gazza'
Si tratta di un’altra denominazione della gazza, oggi più comune rispetto ad
aiassa. Deriva dal nome proprio germanico Berta (Bertha), tipico delle donne
longobarde, formato dalla radice ie. *bherek 'splendere, brillare' (cfr. per es.
cimrico berth 'splendido, bello').
Indica nei vari dialetti italiani diversi tipi di uccelli;73 probabilmente il nome
proprio fu attribuito a questi animali con la connotazione di 'chiacchierone,

71

M. CORTELAZZO – C. MARCATO, op. cit., s.u. ajasìn.
G. DROSDOWSKI (unter der Leitung von), Das Große Wörterbuch der deutschen
Sprache in acth Bänden, 2.Auflage, Dudenverlag, Mannheim – Leipzig – Wien –
Zürich, 1993-1995, s.u. Elster.
73
Oltre al significato di 'gazza', con berta vengono indicati 'la ghiandaia' (voce
toscana, ligure, piemontese e lombarda) e l’airone' (voce esclusivamente toscana).
Cfr. M. CORTELAZZO – P. ZOLLI, Dizionario etimologico della lingua italiana
(DELI), Zanichelli, Bologna, 1979, s.u. berta3.
72

42

�ciarliero' o, più genericamente, con senso spregiativo.74 Data la diffusione del
nome proprio tra i longobardi e l’implicazione spregiativa del termine
derivato, credo che si possa attribuire allo zoonimo berta un’origine
longobarda.
In peveragnese è molto usata l’espressione fā la berta 'rubare', riferito
generalmente ad animali (in particolare al gatto).

bouc, s.m. 'montone, ariete'
Cfr. ata. boc, ted. mod. Bock 'montone, maschio di capriolo, camoscio', ags.
buc, ingl. buck 'maschio di cervo, daino', ol. bok, norr. bukkr, bokkr, dan. buk,
sved. bock; con altri suffissi ags. bucca, norr. bokki, confrontabili con sanscr.
bukkah, avest. būza-, irl.m. bocc.
Si può risalire a una radice ie. *bhugo- 'caprone, montone'.
Il termine peveragnese, comune al piemontese, deriva probabilmente dal
franco bukk,75 cfr. fr. bouc. A sua volta la parola franca, che è attestata nella
Lex Salica,76 potrebbe avere un’origine propria germanica oppure essere un
prestito dal gallico *bucco; quest’ipotesi, che non si può scartare del tutto,
non sembra però giustificabile da un punto di vista semantico77 in quanto il
termine designava un animale d’allevamento piuttosto comune e quindi i
Germani avrebbero dovuto avere una loro voce per indicarlo. Non è da

74

Berta indicò in origine la donna adultera perché il nome tipico femminile degli
invasori servì come arma d’offesa sulla bocca degli oppressi. Cfr. G. BERTONI,
L’elemento germanico nella lingua italiana, A.F. Formiggini, Genova, 1914, pag.
239.
75
Cfr. REW 1378.
76
FEW, cit., s.u. *bucco.
77
F. KLUGE, op. cit., s.u. Bock.
43

�escludere che con l’arrivo dei Franchi in Gallia, il loro termine si sia unito e
sovrapposto ad una voce gallica già esistente, di ugual suono e significato.78

cancouèra, s.f. 'maggiolino'
Deriva da ata. Kevar &gt; ted. Käfer 'maggiolino' a noi pervenuto
verosimilmente per mediazione del provenzale:79 cfr. anche sass.a. kevera,
ags. ceafer &lt; germ. *kabra-, *kebra-.
Originariamente la radice indicava il movimento rumoroso delle mascelle
nell’atto di 'divorare, masticare'; il maggiolino veniva indicato anche come
'divoratore'.80
Levi spiega la composizione della parola attribuendo a can- il valore di sillaba
di raddoppiamento.81 Can potrebbe valere però cane (&lt; lat. canis), termine
usato spesso per indicare altri animali.82 Un esempio molto interessante è
rappresentato dalle voci fr.a. honine 'bruco' che deriva dal franco *hunnina
'cagnetta' e fr. moderno chenille 'bruco' che deriva invece dal latino popolare
*canicula 'piccolo cane', diminutivo di canis.83 L’identificazione del bruco con
la cagnetta si ritrova quindi sia in area germanica, sia in area romanza anche
se una spiegazione soddisfacente non è ancora stata trovata.84
78

FEW, cit. s.u. *bucco.
J. GILLIERON - E. EDMONT, Atlas linguistique de la France (ALF), Honoré
Champion éditeur, Paris, 1903, carta n. 683.
80
F. KLUGE, op. cit. s.u. Käfer.
81
A. LEVI, op. cit., s.u. cunquara.
82
FEW, op. cit., vol. II1, s.u. canīcula.
83
E. GAMILLSCHEG, Etymologisches Wörterbuch der französischen Sprache, Carl
Winter Universitätsverlag, 2. vollständig neu bearbeitete Auflage Heidelberg, 1969,
s.u. chenille.
84
A. REY (dirigée par), Le grand Robert de la langue française, deuxième édition du
Dictionnaire Alphabétique et analogique de la langue française de Paul Robert,
Paris, 2001, s.u. chenille, attribuisce questo passaggio semantico alla somiglianza
della testa della larva con quella di un cane. Personalmente, non credo che questa
ipotesi sia molto verosimile. Cfr. anche R. CAPRINI, Nomi del bruco in area
79

44

�Per quanto riguarda il peveragnese cancouèra, l’accostamento cane –
maggiolino potrebbe essere motivato dalla comune identificazione come
animali che divorano.
Il termine cunquara si riscontra anche in piemontese, accanto ad altre due
designazioni del maggiolino di probabile origine germanica: ghebra e givo.
Mentre ghebra è totalmente assente dal dialetto peveragnese, giou significa
invece 'mozzicone di sigaretta'.85

stroup,

s.m.

'gregge

di

pecore

o

capre',

'quantità

di

persone,

assembramento, raggruppamento'
Cfr. got. þaúrp 'campo', ata. dorf, ted. Dorf 'villaggio, paese', sass.a. thorp,
ol. dorp, ags. þorp, ingl. thorp, fris.a. thorp, norr. þorp 'mucchio branco', dan.
–torp (in alcuni toponimi), sved. torp &lt; germ. *þurpa 'villaggio, podere', forse
collegabile a una radice ie. *trēb- (cfr. irl. treb 'casa', cimrico athref
'abitazione').
In piemontese e, conseguentemente, in peveragnese, la voce è giunta
tramite il prov. estrop 'gregge, stormo di uccelli'86 &lt; fr.a. trope 'gruppo di
persone' &lt; franco thorp, con l’aggiunta di s protetico e metatesi di r.
Accanto al significato originario della parola franca 'raggruppamento,
villaggio', si afferma presto anche quello di 'gregge'. La più antica

romanza: rileggendo il “bruco” di Richard Riegler, in Quaderni di Semantica XX,
1999, pagg. 209-223.
85
A.LEVI, op.cit. s.u. givu. Levi giustifica il passaggio semantico con una certa
somiglianza tra l’animale e il mozzicone. Allo stesso modo il maggiolino è detto
sigaro nelle Hautes Alpes (ALF, carta n. 683, Punto 868).
86
Cfr. REW 8938 e M. CORTELAZZO – C. MARCATO, op. cit., s.u. stróp.
45

�attestazione si ritrova nella Lex Alamannorum con il significato di 'mandria di
cavalli'.87
La voce ha poi acquistato l’ulteriore significato di 'molto, quantità': cfr. it.
troppo.
Dalla seconda metà del quindicesimo secolo è stata inoltre estesa a un
significato militare e dal francese è passata a molte lingue europee: cfr. it.
truppa, sp. e port. tropa, ingl. troop, ted. Truppe, ol. troep.
Nel dialetto di Peveragno stroup indica sia un gregge di animali, per lo più
pecore o capre, sia un assembramento di persone; normalmente per evitare
equivoci di comprensione nel secondo caso si aggiunge un elemento di
specificazione e si dice ‘n stroup ëd jant che letteralmente significa 'un
gregge di gente'.

jouc, s.m. 'trespolo, posatoio per le galline'
a jouc, loc. avv. 'salire sul posatoio' (dicesi delle galline)'
ënjoucase, v. intr. 'appollaiarsi'
La parola peveragnese, comune al piemontese88, deriva da jouc, variante
alpina di prov. m. jou &lt; franco jŭk col doppio significato di 'giogo' e 'bastone
del pollaio'89 &lt; germ. *juka- 'giogo'. È sostantivo germanico comune: got. juk,

87

op. cit. da FEW, cit. s.u. thorp: in truppo de jumentis.
Con il significato di 'gregge' la voce sopravvive in altri dialetti del nord Italia dove
forse è discendenza longobarda, cfr. lomb.a. tropo, mil. trôpa, gen.a. tropo.
(Dove non ho specificato il numero di volume del FEW, i lemmi germanici si
ritrovano alle singole voci nei voll. XV, XVI e XVII Germanische Elemente).
88
A. LEVI, op. cit., s.u. giuch
89
M. CORTELAZZO – C. MARCATO, op. cit. s.u. giùcu.
46

�ags. geoc, ata. joh, sass.a. juk, ingl. yoke 'giogo', ted. Joch, ol. juk, norr. ok,
dan. åg, sved. ok.90
Si può risalire alla radice ie. *jug- 'legare,congiungere' confrontabile con
sanscr. yugám, gr. zygón, lat. jugum.
La forma franca jŭk è attestata nella Lex Salica relativamente all’allevamento
dei polli.91
In peveragnese la locuzione avverbiale a jouc ha assunto, per estensione, il
significato di 'ritirarsi, andare a letto' che si usa in ambito familiare riferito alle
persone (ëndā a jouc 'andare a dormire'). Allo stesso modo il verbo che ne
deriva significa 'appollaiarsi' anche in senso metaforico; si usa per esempio
ënjoucase per dire 'salire in macchina'.

gùërpia, s.f. 'mangiatoia'
germ. occidentale *kribjōn 'greppia' &gt; ata. krippa, atm. krippe, ted. Krippe
'greppia, mangiatoia, presepio', sass.a. Kribbia, fris.a. cribbe, ags. cribb &gt;
ingl. mod. crib.
Incerta l’origine: forse il sostantivo va accostato, con il senso primario di
'intreccio', alla rad. ie. *ger- 'attorcigliare' (cfr. sanscr. grapsa-h 'fascio,
mannello', lat. corbis). Del sostantivo appaiono in area germ. anche varianti
per quanto riguarda sia le consonanti (cfr. ata. kripfa, atm. kripfe) sia le vocali

90

P. SCARDIGLI – T. GERVASI, Avviamento all’etimologia inglese e tedesca.
Dizionario comparativo dell’elemento germanico comune ad entrambe le lingue, Le
Monnier, Firenze, 1978, s.u. yoke-Joch.
91
RG, cit., II, 94.

47

�(cfr. ags. crybb, btm. krubbe &gt; dan. krybbe, sved. krubba).92 Esistono inoltre
forme regionali con u/ü.93
Le voci dialettali peveragnese gùërpia, piem. grüpia, genovese gröpia,
lombardo grüpia, veneto ed emil. crópja 'greppia' derivano probabilmente
dalla variante longobarda *kruppja, mentre da quella franca *krippja dipende
it. greppia.94
Il long. *kruppja si è incrociato con un prestito francone allotropo *krippja di
larga penetrazione nel mondo romanzo. Questa mutuazione francone
dimostra che il prestito non è stato accolto per il solo intervento dei
Longobardi, ma per la generale situazione creatasi con le invasioni dei
Germani che introdussero una particolare cura nell’allevamento del bestiame
e in special modo dei cavalli.95
Si può osservare che all’occlusiva sorda germanica corrisponde, nelle forme
romanze, un’occlusiva sonora; probabilmente tale sonorizzazione iniziale è
dovuta all’influsso della vibrante.

bram, s.m. 'grido di animale, o di persona che sta male'
bramā, v. intr. 'gridare, detto di suono emesso da vari animali'
Cfr. ata. breman, atm., ted. brummen &lt; germ. *breman, 'muggire'; cfr. ie.
*bhrem- 'sonare, risonare'; *bher- 'ronzare, brontolare, muggire' (cfr. sanscr.

92

P. SCARDIGLI – T. GERVASI, op. cit. s.u. crib-Krippe.
F. KLUGE, op. cit. s.u. Krippe.
94
C. BATTISTI – G. ALESSIO, Dizionario etimologico italiano (DEI), G. Barbera
Editore, Firenze, 1950-1957, s.u. gruppia2 e greppia; M. CORTELLAZZO – C.
MARCATO, op. cit. s.u. grùpia.
95
C.A. MASTRELLI, La terminologia longobarda dei manufatti in Atti del convegno
internazionale sul tema: La civiltà dei Longobardi in Europa, Accademia Nazionale
dei Lincei, Roma, 1974, pag. 262.
93

48

�bhrámati 'essere irrrequieto', latino fremere, cimrico brefu 'muggire').
Gamillscheg annovera la voce *bramōn tra i più antichi elementi gotici entrati
nel latino medievale e riferisce la presenza di forme derivate in molti dialetti
italiani (piem. bramè 'urlare di fame', sbramasè 'urlare, sbraitare',
lomb. bràma 'malattia delle mucche che hanno mangiato troppo trifoglio
fresco' e di conseguenza gridano dal dolore).96
La distribuzione geografica del termine e dei suoi derivati rende accettabile
l’ipotesi dell’origine gotica formulata da Gamillscheg (cfr. anche fr. bramer,97
prov.a., cat. bramar, sp., port. bramar).98
Il termine è presente anche in italiano bramare 'desiderare ardentemente' &lt;
'urlare per fame, perciò desiderare ardentemente', 'urlare dal desiderio'.
Il significato originario è conservato solo nell’uso letterario con il verbo
bramire 'urlare detto di bestie selvatiche, specialmente del cervo'.

lapā, v. tr. 'bere o mangiare avidamente (normalmente detto di animali)'
Cfr. ata. laffan, atm. leffen 'leccare, mangiare rumorosamente', ags. lapian,
ol.m. lapen, sved.a. lapa, isl., norv. lepja 'leccare rumorosamente come un
cane' &lt; germ. *lapan 'leccare, bere, mangiare rumorosamente' &lt; ie. *lab-,
*labh- (cfr. armeno lap’el 'leccare', lat. lambēre).

96

RG, cit., III, 35.
Il termine in Francia è molto vivo solamente in occitano e franco-provenzale il che
potrebbe essere una conferma dell’origine gotica. Cfr. P. IMBS – B. QUEMADA
(sous la direction de), Trésor de la langue française. Dictionnaire de la langue du
XIXe et du XXe siècle (1789-1960), Centre National de la Recherche Scientifique,
Paris, 1971-1994, tomo 4, s.u. bramer.
98
FEW, cit., s.u. *brammôn.
97

49

�Levi ne attribuisce l’origine a una base onomatopeica propria delle lingue
germaniche99 e Gamillscheg fa riferimento a una voce franca lapan.100 Il
Bertoni la indica invece come voce dei dialetti settentrionali con significato di
'lambire',101 e la ritiene probabilmente connessa (insieme con prov., cat.
lepar, fr. laper) al germ. *lappa, ipotizzandone un’origine gotica in Italia.
Mi sembra chiaro che si tratti di una voce onomatopeica riproducente il
rumore delle labbra mentre si beve o si lecca qualcosa avidamente; per
questa ragione non credo che sia possibile indicare una specifica lingua
germanica di penetrazione.102

brutā, v. tr. 'brucare'
Si può risalire alla radice germ. *brust- 'bocciolo, germoglio', dal quale si
ricostruisce il verbo germ. *brustjan, attestato, in ambito germanico, soltanto
nel sass.a. brustian 'germogliare'.103
Si tratta di una voce ricostruita come capostipite di una grande famiglia
semantica presente attualmente solo nel gallo- e ibero-romanzo e quindi
diffusa geograficamente solo nella Francia meridionale (prov. brot, broton
'germoglio'), nel Nord della penisola iberica (cat. brot 'germoglio', sp. brote

99

A.LEVI, op. cit. s.u. lapè.
RG, cit., II, 121.
101
G. BERTONI, op. cit., pag. 146. Il significato di 'lambire' esiste anche in
peveragnese: per es. lë scarpe a lapou vuol dire 'le scarpe sono larghe, il piede
muove dentro la scarpa'.
102
Partendo dalla constatazione che il verbo lappare è molto diffuso sia nelle lingue
germaniche, sia in quelle romanze, il FEW ipotizza che entrambe le famiglie
linguistiche abbiano sviluppato, indipendentemente l’una dall’altra, una radice
onomatopeica identica in significato e suono. Cfr. vol. V, s.u. lappare.
103
FEW, cit., s.u. *brust.
100

50

�'germoglio') e in Piemonte (piem. brot 'germoglio'104) e che sembra derivare
dal tema verbale ie. *bhreu 'germogliare, gonfiare'.
Il verbo *brustjan ha perso il significato originario di 'germogliare' ed ha
sviluppato nel galloromanzo quello di 'brucare' (fr.a. broster 'mangiare sul
posto le foglie degli alberi e l’erba' &gt; fr. brouter, prov. brostar 'brucare'). Il
passaggio semantico non è del tutto chiaro ma è comprensibile,
considerando la propensione degli animali a brucare i giovani polloni.
Le forme piemontese broutè e peveragnese broutā sono derivate dal
provenzale; non ci sono però elementi sufficienti a stabilire se quet’ultima sia
voce gotica o franca.105

raspā v. tr. 'raspare'
Si ricostruisce una forma germ. *raspōn 'raccogliere' &gt; ata. raspōn, atm.
raspen, ol. raspen.
In tutte le lingue romanze, a eccezione del romeno e del sardo, si ritrovano
verbi derivati da questa radice. È quindi presumibile che la voce sia entrata
ben presto nel latino medievale,106 pur non essendoci elementi sufficienti a
stabilire quale lingua germanica antica abbia fatto da tramite.
In particolare, in peveragnese questo verbo è usato nell’espressione ël galine
a raspou 'le galline raspano'.

104

Cfr. peveragnese but 'germoglio', cap. III.2.
FEW, cit., s.u. *brust.
106
FEW, cit., s.u. raspōn.
105

51

�grif, s.m. 'trappola, tagliola'
ëngrinf(i)ā, v.tr. 'ghermire, afferrare con le unghie'
ëngrinf(i)ase, v. rifl. 'aggrapparsi, ghermire'
Probabilmente connesso alla caccia con il falcone, questo vocabolo è stato
fatto derivare dal long. *grīfan 'afferrare', *grif 'artiglio'107 &lt; germ. *greipan108
'prendere, afferrare'&lt; ie. *ghreib- 'prendere, afferrare, catturare' (cfr. lituano
griebiù 'afferrare').
Cfr. ted. Griff 'presa, manico', ingl. grip 'presa, impugnatura'.
Si possono confrontare inoltre le forme verbali ata. grīfan, atm. grīfen, sass.a.
gripan, ags. grīpan, ingl. gripe 'afferrare, tener fermo', ted. greifen 'prendere,
pigliare, stendere la mano per afferrare', fris. a. grīpa, ol. grijpen; norr. grīpa,
dan. gribe, sved. gripa.
Il sostantivo peveragnese grif ed i verbi derivati ëngrinf(i)ā, ëngrinf(i)ase
presentano la fricativa labiale, dimostrando una derivazione diretta dal
longobardo. Diversamente per le voci di significato corrispondente prov.
gripar, piem. gripà, gripè, grinpè 'ghermire', lomb. grippà 'acchiappare', che
presentano occlusiva sorda, si può ricostruire una voce gotica *greipan.109
Il prefisso ën (piem. an) corrisponde all’italiano in ed è prefisso verbale con
funzione generalmente derivativa, serve cioè alla formazione di verbi tratti da
aggettivi o sostantivi.

107

V. GRAZI et alii, I Longobardi e La Lombardia, Milano Palazzo Reale, 1978,
pag. 55.
108
Dal grado ridotto della radice germ. *greipan si ricavano ata. grif, ags. gripe, norr.
grip, dan. greb, sved. grepp; mentre dal grado O (*graipō) si hanno ol.m. grēpe &gt; ol.
greep 'presa', ags. grāp 'pugno', ata greifa 'forca', norr. greip 'mano'. Cfr. P.
SCARDIGLI – T. GERVASI, op. cit., s.u. grip-Griff.
109
RG, cit., III, 42. Il FEW attribuisce però anche queste forme nord-italiane al
longobardo, s.u. *grîpan.
52

�trapa, s.f. 'trappola'110
Cfr. ags. treppe 'trappola', ingl. trap, ol.m. trappe 'laccio, trappola', bt. or.
treppe 'gradino di una scala', bt. occ. trappe, forse riconducibili ad una radice
ie. *dreb- 'calpestare, correre'.
Nelle lingue germaniche la parola ha, sin dall’inizio, due significati: da un lato,
indica la trappola vera e propria utilizzata per la cattura degli animali;
dall’altro, la copertura di una cavità, generalmente un’asse, designa cioè uno
degli elementi che vengono impiegati per costruire una trappola.111
La più antica attestazione si trova nella Lex Salica VII, 6 dove trappa vuol
dire 'trappola per uccelli', significato che trappe, in francese, mantiene
tuttora.112 È probabile che i romani abbiano imparato a conoscere nuovi
metodi e attrezzi di caccia dai germani, in questo caso dai Franchi, e insieme
alla nuova tecnica ne abbiano acquisito anche il nome.
La parola si è diffusa nelle lingue romanze: cfr. prov. a. trappa, fr.a. trappa
'trappola', fr. trappe 'trabocchetto, covo o tana di lupo', it. trappola.
In peveragnese la voce è giunta per il tramite del provenzale.
In piemontese trapa significa anche 'rete da fieno'; si tratta di particolari reti
che hanno una chiusura di legno simile alla bocca di una tagliola e servono
per raccogliere e trasportare il fieno. Il FEW ipotizza che il passaggio
semantico sia giustificato dal fatto che con il fieno si costruivano delle
trappole (probabilmente coprendo grossi buchi scavati nel terreno).

110

Con il significato di 'botola, grossa apertura in un solaio' vedere cap. III.5.
FEW, cit., s.u. trappa. La trappola sarebbe un’asse, un gradino su cui l’animale
sale o appoggia la zampa e viene di conseguenza catturato. Cfr. anche Rev. W. W.
SKEAT, An etymological dictionary of the English language, Clarendon Press,
Oxford, 1909, s.u. trap.
112
cit. da FEW, cit., s.u. trappa: Si quis aviculam de trappa furaverit …
111

53

�III.2 - ELEMENTI DELLA NATURA

lama, s.f. 'pozza d’acqua in un torrente o fiume'
long. lāma, *hlama 'fossa, piscina, stagno'. Cfr. sass.a. hlamōn, ags.
hlemman, forse riconducibili alla radice ie. lāmo- 'fangoso, melmoso'.
La forma lama è attestato in Paolo Diacono I, 15 col senso di 'piscina,
stagno'113 per cui è stata ipotizzata un’origine longobarda.114
Gamillscheg riporta le corrispondenze in diversi dialetti italiani: piem. lama,
Brescia, Venezia lama 'terreno ripido', Bologna slamar 'crollare, cedere',
Metauro alamé 'far crollare', Teramo lame 'avvallamento nel terreno'.115

biza, s.f. 'vento gelido'
ata. bīsa 'vento del nord, vento di tempesta',116 atm. bīse, ted. dialettale Bise,
sass.a. biosa &lt; germ. *bīsjo 'vento del nord, turbine' forse collegabile alla
radice ie. *bhīs- 'infuriare (di tempesta)' cfr. per es. sanscr. bhyàsaté 'aver
paura'.

113

C. MEYER, Sprache und Sprachdenkmäler der Langobarden, Druck und Verlag
von Ferdinand Schöningh, Paderbon, 1877, pag. 10 e pag. 294.
114
G. BERTONI, op., cit. pag. 144 conferma quest’ipotesi, mentre il DEI, op. cit. s.u.
lama presuppone una derivazione dal lat. lāma, forse relitto medirettaneo.
115
RG, cit., IV, 55.
116
RG, cit., II, 119 sostiene che la voce germanica bīsa continui in forma aggettivale
nel prov., fr. bis, it. bigio e come sostantivo nel fr. bise e it. sett. bisa 'vento del nord'.
La stessa corrispondenza è suggerita da F. DIEZ, Etymologisches Wörterbuch der
romanischen Sprachen, Adolph Marcus, Bonn, 1869-1870, s.u. bigio, ma la
questione rimane oscura.
54

�Nel dialetto piemontese e, di conseguenza, nel peveragnese la voce
riproduce il prov. biso e il fr. bise,117 forme che risalgono a loro volta all’alto
tedesco antico.118

rësca (arësca), s.f. 'spina di pesce, lisca'
Questa forma potrebbe essere il risultato dell’incontro tra germ. *liska 'erba di
palude, giunco' e lat. arista 'spiga'.119 Il passaggio semantico sarebbe dovuto
alla somiglianza della colonna vertebrale del pesce con i resti della spiga.
In peveragnese si conosce solo questo significato mentre in piemontese
esistono due forme lësca e lisca (o lesca) probabilmente derivanti da long.
*liska, con due significati distinti: 'fusto d’erba, spina, carice' la prima, 'fetta
ritaglio' la seconda.120

mouta, s.f. 'zolla, palla di neve'
Si ammette comunemente che questa voce sia d’origine germanica come il
fr.a. mote 'collina, altura', fr. motte 'zolla', prov.a. mota 'castello, opera di
difesa', sp. port. mota 'monticello', svizz. motte, 'zolla'.121
Si risale ad un germ. *motta 'mucchio di terra' &gt; atm. mot 'terra nera', btm.
mudde, ol. modde.122

117

Anche l’ingl. bise è forma adottata dal francese. Cfr. J. A. SIMPSON – E.S.C.
WEINER (prepared by), The Oxford English dictionary, Clarendon Press, Oxford,
1989, s.u. bise.
118
G. BERTONI, op. cit., pag. 90.
119
A. LEVI, op. cit., s.u. rësca.
120
G. BERTONI, op. cit. pag. 149.
121
G. BERTONI, op. cit. pag. 159, s.u. motta; cfr. anche A. LEVI, op. cit., s.u. motta
e REW 5702.
122
F. DIEZ, op. cit., s.u. motta.
55

�La parola potrebbe però derivare da una radice pre-latina *mŭtt 'altura' con
origini pre-indoeuropee.123 L’etimologia rimane oscura.

pataràs, s.m. 'grande fiocco di neve misto ad acqua'
Da pata 'pezzo di stoffa'124 con suffisso accrescitivo –ás.
got. paida, ata. pfeit, pheit, sass.a. pēda, ags. pād &lt; germ. *paidō 'gonna,
camicia' &lt; ie. *baitā 'pelle di capra, gonna'.
Il solo criterio fonologico non aiuta a stabilire, per questo termine, quale sia
stata la lingua germanica di derivazione. L’occlusiva sorda –t farebbe
propendere infatti per un’origine longobarda, non confermata peraltro
dall’esito della labiale. È quindi necessario considerare altri elementi e, in
particolare, si può far riferimento al criterio culturale. Nel periodo longobardo
cominciano a svilupparsi una cura e un interesse particolari per la stoffa, per
la sua lavorazione e il suo impiego che culminano poi in epoca franca.125 Tra
le parole longobarde che si riferiscono a manufatti tessili si possono citare
per esempio it. fazzoletto, gherone, pev. gaida 'pezzo di stoffa', vindou
'arcolaio', piem. scos 'grembiule'. Sulla base di queste osservazioni credo
quindi che pata e, conseguentemente, il derivato pataràs possano essere
considerati di origine longobarda.
L’evoluzione metaforica che si rileva per la voce pataràs si può confrontare
con la locuzione italiana nevicare a larghe falde (&lt; germ. falda) che trova
corrispondenze di significato in molte espressioni dialettali italiane: cfr. per

123

FEW, cit., vol. VI, s.u. *mŭtt.
Con questo significato confronta pata al cap. III.7.
125
Cfr. C. A. MASTRELLI, op. cit., pag. 268.
124

56

�esempio siciliano fardiàri 'nevicare' da farda 'pezzo, brandello'; romagnolo
felda d nev.126
Il passaggio semantico della parola 'pezzo, brandello' a 'fiocco di neve' è
quindi molto diffuso e comune forse proprio perché la neve scende in “pezzi”
e, se abbondante, tende a stratificarsi come una veste che ricopre il terreno.
Levi, che riferisce come primo significato della parola patarás in piemontese
quello di 'cencio', ipotizza invece che il significato 'fiocco di neve' sia
attribuibile all’influsso del prov. taparas 'bufera'.127
In peveragnese si usa pataràs per indicare quella neve che, specialmente in
primavera, cade a fiocchi molto grandi e mista ad acqua (pataràs ëd mars
'fiocchi di neve di marzo').

valosca, s.f. 'scintilla, favilla, fiocco di neve'
svalosquiā, v.intr. 'nevicare a fiocchi radi'
Variante del piemontese faravosca, attraverso *ravosca, *lavosca, valosca.128
germ. *falawiska, *falwiskō 'cenere, scintilla' &gt; ata. falavisca, atm. valwische,
nord.a. folski, norv. falaske, sved. falaska. Probabilmente si può collegare
alla radice ie. pel- quando sta ad indicare colori indeterminati o sfocati come
'grigio, nerastro, (colore) sbiadito' &gt; germ. *falwa &gt; ata. falo 'pallido, falbo'
(cfr. lit. palvas 'giallo pallido', lat. pallidus). Non ci sono elementi per
riconoscere con certezza lo strato germanico di derivazione.

126

M. CORTELAZZO – C. MARCATO, op. cit. s.u. fardiàri.
A. LEVI, op. cit., s.u. patarás.
128
A. LEVI, op. cit., s.u. valosca.
127

57

�Si dice svalosquia quando scendono fiocchi radi di neve e normalmente la
temperatura è troppo bassa perché incominci una nevicata vera e propria.
Questi fiocchi assomigliano in effetti alla cenere quando vola turbinante
nell’aria.

rapa, s.f. 'grappolo, raspo dell’uva per il torchio'
rapouliā, v. tr. 'raspollare, racimolare, andare per i vigneti a raccogliere i
grappoli dimenticati o lasciati perché non maturi'
Esistono due radici germaniche: *raspōn &gt; ata. raspōn 'raccogliere' e *rapōn
&gt; ted. raffen 'arraffare, afferrare', ol. rapen 'afferrare, raccogliere', nord. a.
hrapa 'buttar giù'.
Il mantenimento di –p e la diffusione del termine (cfr. cat. rape 'raspo,
vinaccia', sp. rapa, it. rappa) farebbero presupporre un’origine gotica.

biavùm, s.m. 'tritume di fieno'
Cfr. germ. *blada 'foglia', ata blat, sass.a. blad, ags. blœd forse da una radice
ie. *bhel- *bhlē 'gonfiarsi, sgorgare'.
La voce peveragnese129 è composta da biava, variante dialettale di biada,
con suffisso –um che indica quantità. Dal lat. medievale blada (plurale
collettivo di bladum 'prodotto dei campi'), è voce di origine germanica,
probabilmente dal franco *blād.
La voce potrebbe essere stata diffusa dagli eserciti dei Franchi, che forse
riscuotevano come tributo una parte del raccolto.130

129
130

La voce peveragnese, differisce dal piemontese bium 'fiorume'.
DEI, cit., s.u. biava.
58

�brœi, s.m. 'germoglio delle patate', 'muco'
brœiā, v. intr. 'germogliare'
Si può risalire forse a una voce long. *broz 'germoglio, bocciolo' che sembra
derivare dal tema verbale ie. *bhreu 'germogliare, gonfiare'.
L’estensione semantica in peveragnese è dovuta alla somiglianza del muco
con i germogli delle patate.

but, s.m. 'germoglio' 'mozzo in legno da cui partono i raggi della ruota'
arbut s.m. 'germoglio'
arbutā v. intr. 'rigermogliare'
Cfr. ingl. bud 'germoglio, bocciolo', ol. bot 'bocciolo' forse riconducibili a ie.
*bheu(t)- 'gonfiare'.
La voce peveragnese, così come it. bottone 'bocciolo', deriva dal fr. bouton, a
sua volta dal franco *buttō 'bocciolo'.
Ar- corrisponde all’italiano ri- ed indica ripetizione; in questo caso si riferisce
alla nuova fioritura.

stèc, s.m. 'stuzzicadenti, bastoncino'
stëcca, s.f. 'colpo'
Si risale ad un antico sostantivo germanico *stikkōn, ags. sticca, ata. stecko,
fris.a. stekk, ol. stek 'piantone', formato probabilmente da una radice germ.
*stik-, *stek- 'pungere' confrontabile con ie. *steig 'aguzzo'.
La forma stèc potrebbe derivare dal gotico *stika 'pezzo di legno, bastone'.
La velare intensiva non starebbe a indicare in questo caso una derivazione

59

�longobarda, ma sarebbe dovuto dalla brevità della sillaba.131 Confronta
anche it. stecca.132 In peveragnese stec ha assunto un significato molto
specifico, mentre il derivato stëcca indica un colpo secco e deciso che si dà a
qualcosa o a qualcuno ed è il risultato del passaggio semantico 'colpire con
un pezzo di legno o un bastone' &gt; 'colpo'.

borda, s.f. 'pagliuzza, piccolo corpo estraneo'
Si può confrontare con un antico sostantivo germanico presente nel got.
(fotu-)baurd 'panchetto, sgabello', ags. bord, sass.a. bord, fris.a. bord, norr.
bordh, dan., sved. bord, ted. Bord 'bordo, orlo', ingl. board 'asse, tavolo,
bordo' &lt; germ. *bord, *burdam 'asse' &lt; ie. bhrdho-, *bhredh- 'tagliare' (cfr. per
es. sanscr. bardha-kas 'costruire'). Potrebbe essere parola di origine franca
penetrata nel dialetto peveragnese per il tramite del provenzale borda; il
passaggio semantico da 'asse' a 'pagliuzza, corpo estraneo' può essere
intuito, ma non è molto chiaro.133

tacà, agg. 'marcio'
Cfr. germ. *taikna 'segno'.134 L’aggettivo tacà è usato in genere con
riferimento alla frutta che comincia a marcire o che è guasta; il passaggio
semantico è chiaro: 'segnato, macchiato' &gt; 'marcio'.

131

G. BERTONI, op. cit., pag. 53.
B. MIGLIORINI, op. cit., pag. 77. L’autore annovera l’it. stecca tra le voci di
origine gotica, ma di area soltanto italiana e quindi portate presumibilmente dagli
Ostrogoti.
133
M. PFISTER, Lessico Etimologico Italiano (LEI), Dr. Ludwig Reichert Verlag,
Wiesbaden, 1979, s.u. borda propone invece una radice pre-romanza *borda
'pianta, oggetto spinoso'.
134
Vedere capitolo III.7 alle voci taca 'macchia' e tacoun 'rattoppo'.
132

60

�III.3 – L’UOMO: IL CORPO, IL CARATTERE, GLI STATI
D’ANIMO, I COMPORTAMENTI

barba, s.m. 'zio'
La parola è attestata più volte nell’Editto di Rotari ed anche nelle Leggi di
Liutprando.

Roth 163 - Si quis in mortem parentis sui insidiatus fuerit, id est si frater in
mortem fratris sui, aut barbanis, quod est patruus, seu consubrini insidiatus
aut consiliatur fuerit, et ille, cui insiduatur, filiûs non dereliquerit, non sit illi
heredes, cuius de anima tractavit, nisi alii parentes proximi; …

Se qualcuno complotta per uccidere un suo parente, ad esempio se un
fratello complotta o si consiglia per uccidere il proprio fratello, o il barba, cioè
lo zio paterno, o un cugino, e quello contro il quale si è complottato non
lascia figli, quell’altro non sia erede di colui contro la cui vita ha cospirato, ma
piuttosto (lo siano) gli altri parenti prossimi.135

Roth 164 - Si quis de alio dixerit, quod de adulterio natus sit. Si quis ex
parentibus, id est barbas, quod est patrus, aut quicumque ex proximis dixerit
de nipote suo aut consubrino doloso animo, quod de adulterio natus sit, nam

135

C. AZZARRA – S. GASPARRI, Le leggi dei Longobardi. Storia, memoria e diritto
di un popolo germanico. Le fonti 1, Editrice La Storia, Milano, 1992, pag. 44 e segg.
61

�non de certo patre: tunc ille, cui crimen mittitur, quaerat sibi liberos
sacramentales, et praebeat sacramentum: quod filius legetimus sit et per
lege res ipsas ad eum pertineat nec alteri eam per legem dimittere debeat; si
hoc fecerit, habeat et fruatur, quia grave et impium videtur esse, ut talis
causa sub uno scuto per pugnam dimittatur.

Se qualcuno dice di un altro che è nato da un adulterio. Se qualcuno dei
parenti, ad esempio il barba, cioè lo zio paterno, o chiunque altro dei più
prossimi, dice del proprio nipote o cugino, con intenzione dolosa, che è nato
da un adulterio, cioè non da un padre certo, allora colui che subisce l’accusa
si procuri dei sacramenti liberi e presti giuramento di esser figlio legittimo e
che i beni gli spettano di diritto e che non deve lasciarli per legge ad un altro;
se fa così, abbia (i beni) e ne usufruisca, perché appare grave ed empio che
una simile causa venga risolta “sotto uno scudo” (cioè) con un duello.136

Roth 186 - De violentia. Si vir mulieri violentias fecerit, et invitam tullerit
uxorem, sit culpabilis sold. nongentos, medietatem regi et medietatem
parentibus mulieris: et si parentes non habuerit, ipsi nongenti solidi ad curtem
regis exegantur. Et mulier ipsa licentiam habeat cum omnes res suas
proprias, quae ei lege perteneunt, elegendum, qui mundium eius in
potestatem debeat habere, vult ad patrem, si habuerit, vult ad fratrem, vult ad
barbanem, vult ad manum regia: in ipsius mulieris sit potestatem, ubi sibi
ipsa elegerit.

136

C. AZZARRA – S. GASPARRI, op. cit., pagg. 46 e 47.
62

�Della violenza. Se un uomo fa violenza ad una donna e la prende in moglie
contro la sua volontà, sia condannato a pagare 900 solidi, metà al re e metà
ai parenti della donna; se non ha parenti, i 900 solidi siano riscossi dalla
corte del re. La donna abbia, assieme a tutti i suoi beni personali, che le
spettano per legge, licenza di scegliere chi debba avere in potestà il suo
mundio, vuoi il padre, se ce l’ha, vuoi il fratello, vuoi il barba, vuoi la mano del
re: sia facoltà della donna, come ella stessa sceglie per sé.137

Leggi di Liutprando 145 - Recolimus enim, qualiter iam in antea instituimus,
ut si quis decidens reliquerit filiam unam aut plures et sororis in capillo
similiter unam aut plures, ut pariter atque e qualiter sorores et filiae ei
succedere debeant, et si soror in capillo deciderit, soror qui remanserit,
similiter sorori suae succedat. Modo vero, quia intentio exorta est inter fratres
et sorores de nepte, que in capillo mortua fuerat, altercationem ponentes,
quis ei succedere deberit, statuimus ut barbas eius, in cuius mundio fuit, ipse
ei succedat in eius portione; nam amedanis ipsius de eius portione nihil
percipiant, nisi tantum habeant, quantum, si vivens fuissit, ipsa neptis earum.

Ricordiamo come abbiamo già stabilito in precedenza che se qualcuno
morendo lascia una o più figlie, così come una o più sorelle nubili, le sorelle e
le figlie devono succedergli in parti uguali e con pari diritto e se una delle
sorelle nubili muore, la sorella che resta succeda allo stesso modo a sua
sorella. Ora però, poiché è sorta una controversia tra fratelli e sorelle circa
una nipote che è morta ancora nubile, ponendo la questione su chi dovesse
137

C. AZZARRA – S. GASPARRI, op. cit. pagg. 52 e 53.
63

�succederle, abbiamo stabilito che il suo zio paterno, sotto il cui mundio si
trovava, le succeda per la sua parte; invece le sue zie non ottengano nulla
della sua parte, ma abbiano solo tanto quanto (avrebbero avuto) se la loro
nipote fosse ancora viva.138

Da tutte queste attestazioni risulta chiaro che il barba, oltre a essere uno dei
parenti più prossimi, subito dopo il padre e il fratello, era una persona molto
autorevole e importante per la famiglia longobarda.

Dal punto di vista etimologico, questo termine ha fatto discutere molto gli
studiosi e una soluzione definiva non si può ancora dire raggiunta.
Alcuni139 sostengono che barba sia parola latina, passata a indicare lo zio
attraverso il significato di 'uomo con barba' &gt; 'uomo autorevole'. È però vero
che lo zio può non essere una persona adulta o anziana.
Secondo altri, si può invece risalire a un long. barbas 'fratello del padre'
entrato comunque presto nel lat. medievale barbanus.140
Forse si può vedere un composto *bar-bas che starebbe a indicare lo stesso
grado di parentela di Base 'zia', ma con riferimento a un uomo.

138

C. AZZARRA – S. GASPARRI, op. cit. pag. 204 e segg.
REW 944, DEI, cit., s.u. barba, M. CORTELAZZO – C. MARCATO, op. cit. s.u.
barba.
140
G. BERTONI, op. cit. pag. 82.
139

64

�Il fatto che nei dialetti basso-tedeschi su base sia stata costruita anche una
forma maschile bā potrebbe far pensare, per barbas, a una forma
raddoppiata di bas tipica del linguaggio infantile; *basbas sarebbe poi
diventato barbas o per dissimilazione della doppia -s o per etimologia
popolare sull’influenza di Bart 'barba', che sarebbe la caratteristica distintiva
tra il parente uomo e donna.141
È anche possibile che sia esistita una forma germ. *baswōn &gt; base con
corrispondente maschile *baswan.142
Cfr. ata basa in origine 'sorella del padre' poi anche 'nipote, cugina, parente
lontano di sesso femminile', atm. base, bta. Base. Cfr. sass.a. wasa.143
Il termine è molto diffuso in tutta l’Italia settentrionale e credo che, anche in
base alla distribuzione geografica, si possa propendere per un’origine
longobarda. In peveragnese la parola indicava in origine solo lo zio paterno,
oggi lo zio in generale (fratello sia di padre che di madre).

masca, s.f. 'strega', fig. 'persona molto astuta'
Anche questo termine rappresenta per gli studiosi un caso forse irrisolvibile.
È diffuso in tutta l’area tra Piemonte e Provenza, dove indica la 'strega' in
luogo del latino striga &lt; strix-igis.144

141

FEW, cit., s.u. barbas.
FEW, cit., s.u. barbas e F. KLUGE, op. cit. s.u. Base.
143
F. KLUGE, op. cit. s.u. Base.
144
Con il significato di 'strega' la voce si trova anche nel Ponente ligure mentre si
riscontra in tutta la Liguria con il significato di 'gota, guancia' e con la vocale finale
lunga mascá assume il significato di 'ceffone, schiaffo'. Cfr. A. ZIRONI, Masca e
talamasca nelle fonti germaniche antiche, in R. BRUSEGAN, M. LECCO, A.
ZIRONI, Masca, maschera, masque, mask, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2000,
pag. 113.
142

65

�Il termine masca è sconosciuto al latino dell’epoca classica e compare per la
prima volta nell’Editto di Rotari, dove è utilizzato in due leggi.

Roth 197 - De crimen nefandum. Si quis mundium de puella libera aut
muliere habens eamque strigam, quod est mascam, clamaverit, excepto
pater aut frater, ammittat mundium ipsius, ut supra, et illa potestatem habeat
vultad parentes, vultad curtem regis cum rebus suis propriis se commendare,
qui mundium eius in potestatem debeat habere. Et si vir ille negaverit, hoc
crimen non dixissit, liceat eum se pureficare et mundium, sicut habuit,
habere, si se pureficaverit.

Del crimine nefando. Se qualcuno, avendo il mundio su una ragazza o una
donna libera, la chiama strega, cioè masca, a meno che non sia il padre o il
fratello, perda il suo mundio, come sopra, e costei abbia facoltà o di ritornare
dai parenti o di commendarsi , con i beni di sua proprietà, alla corte del re,
che dovrà avere in potestà il suo mundio. Se l’uomo nega di aver pronunciato
tale accusa, gli sia consentito discolparsi e avere il suo mundio, così come lo
aveva, se si discolpa.145

Roth 376 - Nullus presumat aldiam alienam aut ancillam quasi strigam, quem
dicunt mascam, occidere, quod christianis mentibus nullatenus credendum
est nec possibilem, ut mulier hominem vivum intrinsecus possit comedere.

145

C. AZZARRA – S. GASPARRI, op. cit., pagg. 56 e 57.
66

�Nessuno presuma uccidere un’aldia o una serva altrui come se fosse una
strega, che chiamano masca, perché per menti cristiane non è in alcun modo
credibile, né possibile, che una donna possa divorare interiormente un uomo
vivo.146

Quest’ultima legge è particolarmente significativa perché rappresenta la
condanna ufficiale del legislatore longobardo per le credenze nella
stregoneria, motivata su basi cristiane.147
Le espressioni con cui il termine masca compare quod est mascam e quem
dicunt mascam possono far intendere la voce sia come sinonimo (latino?) di
striga, sia come interpretamentum (longobardo?) della parola latina. Bisogna
quindi chiedersi se masca vada in qualche modo a glossare striga, parola
che di contro è largamente attestata nella tradizione latina. In tal caso ci si
potrebbe trovare di fronte ad una parola germanica facente capo a una
situazione giuridica tradizionale all’interno del diritto consuetudinario
longobardo che Rotari avrebbe voluto far inserire nel proprio corpus di
leggi.148
I linguisti hanno dibattuo a lungo la questione, senza tuttavia giungere a
conclusioni definitive. Sono state avanzate molte ipotesi etimologiche
differenti, nessuna delle quali però completamente soddisfacente.

146

C. AZZARRA – S. GASPARRI, op. cit., pagg. 100 e 101.
La credenza pagana che qui viene osteggiata potrebbe essere sia di origine
germanica, sia del substrato rurale italiano le cui sacche di paganesimo erano
ancora piuttosto ampie. Cfr. A. ZIRONI, op. cit., pag. 136.
148
A. ZIRONI, op. cit., pag. 111.
147

67

�Secondo la proposta di Mario Alinei,149 il termine masca
deriverebbe da mārsica forma femminile dell’etnico mārsicus. I Marsi erano
conosciuti nell’antichità come maghi per antonomasia ed erano noti per la
loro connessione con le arti oscure. Questa ipotesi implica che il tramite sia
stato il toscano150 e sarebbe quindi da escludere perché in contraddizione
con la diffusione geografica della parola che si estende dal Piemonte verso
ovest.
L’ipotesi

di

una

derivazione

dall’arabo

máshara

'buffone,

pagliaccio, persona che è derisa',151 ma anche 'fuliggine (con cui la strega si
imbrattava il volto)' sarebbe da escludere perché rappresenterebbe un
arabismo troppo precoce e richiederebbe una diffusione in Italia attreverso la
Sicilia che non porta però alcuna traccia di questo vocabolo.
Un’altra proposta, anch’essa da eliminare per ragioni di fonetica
storica, è che l’origine sia celtica, forse da una voce *mask 'scuro' &gt; 'figura
demoniaca nera o maschera che la rappresenta'.152
Restano le possibilità di un etimo pre-indoeuropeo153 confrontabile
con la forma basca maskal 'melma, sporcizia' o con il greco baskein &lt; *basca
'malocchio' o di un’origine germanica.

149

M. ALINEI, Due nomi dialettali della strega: piem. masca e lig. bàzura in
Quaderni di Semantica VI/2, 1985, pagg. 397-399.
150
Come persica in Toscana ha dato pesca, cosi mārsica darebbe regolarmente
masca.
151
La proposta di un etimo semitico è stata accolta da F. KLUGE, op. cit., s.u.
Maske e nel Thesaurus Linguae Latinae, Editus Auctoritate et Consilio
Academiarum quinque Germanicarum Berolinensis Gottingensis Lipsiensis
Monacensis Vindobonensis, B.G. Teubneri, Lipsia, 1904 e segg., vol. VIII, s.u.
masca.
152
FEW, cit., vol. VI/1, s.u. *mask.
153
A. ZIRONI, op. cit., pag. 113 e segg.
68

�Quest’ultima proposta è confortata dall’attestazione del termine
nell’Editto di Rotari e dalla sua assenza nella tradizione latina. Inoltre esiste
un altro termine correlato a masca, che è talamasca, forse un ampliamento o
un composto dello stesso, glossato in territorio alto tedesco antico con larva,
monstrum. La prima parte della parola sembra germanica (cfr. ted. arcaico
dahlen) e significa 'emettere suoni incomprensibili, mormorare o brontolare
fra sé'; la strega potrebbe essere 'colei che sussurra parole incomprensibili',
forse frasi magiche.
La presenza di questo termine deporrebbe a favore di un’origine
germanica.154 Io penso che le attestazioni in area germanica possano far
propendere per un’origine longobarda; la diffusione del termine verso la
Provenza potrebbe essere spiegata con la facilità di migrazione di parole che
indicano paure collettive.
Se l’origine del termine è discutibile155 indubbi sono il suo significato e la
connessione con il termine maschera, da esso derivato; la strega è dunque
'la mascherata per eccellenza'.156

154

A sfavore dell’origine germanica di masca è il fatto che la parola viene glossata in
anglosassone con grima. Cfr. A. ZIRONI, op. cit., pag. 116 e segg.
155
A. ZIRONI, op. cit., pag. 140 conclude la sua esposizione sulle possibili
etimologie del termine, sostenendo che masca non è parola né germanica, né
romanza, ma l’espressione di una paura collettiva dell’ignoto, di coloro che si
trasformano, di ciò che si cela dietro ad un volto camuffato che può impadronirsi di
un essere umano. Questo sentimento di paura, legato a superstizioni molto diffuse
in tutto il medioevo, ed i termini che come masca lo esprimono avrebbero superato
ogni barriera linguistica ed etnica.
156
Masca rientrerebbe dunque in quell’insieme di termini, usati per indicare la
strega, che fanno riferimento agli strumenti usati dalla stessa per praticare la sua
arte. La maschera è sicuramente uno di questi strumenti e trova connessioni
culturali importanti in area germanica dove è molto forte il legame tra il compiere
magie e l’andar mascherati già riscontrabile per esempio nei carmi dell’Edda
poetica. Cfr. R. CAPRINI, La strega mascherata, in R. BRUSEGAN, M. LECCO, A.
ZIRONI, op. cit., pag. 63 e segg.
69

�Masca è un termine molto diffuso in area piemontese ed anche Peveragno
ha le sue “storie di masche”. La tradizione peveragnese identifica
comunemente con masca una donna dotata di poteri magici che spesso ha
la capacità di trasformarsi in animale e che, soprattutto di notte, perseguita
gli uomini con scherzi maligni e dispetti.157 Oggi il termine sopravvive nelle
leggende ed è usato nel linguaggio comune in senso figurato per indicare
una persona molto astuta che, per lo più, usa la sua furbizia a danno di altri.

gachìn, s.m. 'apprendista muratore'
Dal francese gâcher 'stemperare la calce', a sua volta da una voce franca
waskon. Cfr. ata. wascan, atm. waschen, weschen, sass.a. waskan, ags.
wascan &lt; germ. *wask-a 'lavare' di origine non chiara.158
Originariamente il verbo franco doveva avere un significato generico di
'lavorare con l’acqua'.159

157

Insieme alle storie sulle masche si sono diffuse in area popolare diverse
credenze sui rimedi per difendesi dagli attacchi di tali figure, come recitare preghiere
o frasi rituali o più semplicemnte evitare certi luoghi in autunno, il tempo migliore per
le masche. Un recente lavoro di ricerca sulle tradizioni popolari ha permesso di
recuperare filastrocche e ritornelli utilizzati dai nostri nonni per cacciare le masche:
O Masque dëspiazante i ou fas na preguiera, féme nhant brusā ël lèt, féme nhant
mufī ël pan, piséme nhant sël fœ, soufiéme hnant sël lum, soupatéme nhant ël vin,
ma se vœli fā quicōs, félou a mè vizin. (O Masche dispettose vi faccio una preghiera
non fatemi cagliare il latte, non fatemi ammuffire il pane, non pisciatemi sul fuoco,
non soffiatemi sul lume, non sconquassatemi il vino, ma se volete far qualcosa,
fatelo al mio vicino). Cfr. R. VIGLIETTI, La merla bianca, cit., pagg. 24 e 25.
158
Una derivazione dalla parola Wasser potrebbe essere corretta dal punto di vista
semantico, ma non si spiegherebbe la costruzione radicale forte. Vedere F. KLUGE,
op. cit. s.u. waschen.
159
FEW, cit., s.u. waskon.
70

�canàpia, s.f. 'nasone'
Si può risalire a una voce germ. *hnapp 'ciotola, scodella' &gt; ata. (h)napf, atm.
napf, naph, ted. Napf 'ciotola scodella', ma anche metaforicamente 'testa',160
nord.a. hnappr, sass.a. hnapp, ags. hnœpf, hnœp. Cfr. fr. hanap 'scodella',
it. nappo 'tazza, vaso per bere'161 e nappa 'mazzetto di fili usato come
ornamento' e, in senso scherzoso, 'naso grosso'.162
A un long. *napp(j)a 'naso, prominenza' si fanno risalire quei vocaboli che
valgono 'grosso naso, naso sporgente' e attestano un significato nettamente
peggiorativo del valore originario;163 è il caso del peveragnese e piemontese.
Cfr. venez. lomb. napa 'grosso e brutto naso', trent. nappa, friul. nape 'grosso
naso' e 'parte sporgente del camino', valtell. napa, pav. napia, bresc. napa
'nasone', napû 'nasuto'.
Per le forme piemontese e peveragnese, resta da chiarire la presenza della
velare forse dovuta all’influenza del francese.164
Sicuramente si è verificato un passaggio semantico dovuto a un valore
metaforico che sovente interessa le denominazioni di parti del corpo.165

160

S. BOSCO COLETSOS, Le parole del tedesco, Garzanti, Milano, 1993, pagg. 61
e 62.
161
Questo termine potrebbe essere penetrato in italiano direttamente dal germanico
oppure dal fr. hanap di origine franca. Cfr. DEI, cit., s.u. nappo.
162
L’etimologia della voce è tutt’altro che chiara e, tra l’altro, non è detto che tutti i
significati vadano ricondotti ad un’unica origine. I dizionari etimologici italiani sono
concordi nel ritenere nappa una dissimilazione di mappa 'tovagliolo': spiegazione
accettabile dal punto di vista formale, meno da quello semantico, cfr. DELI, cit., s.u.
nappa. Per quanto riguarda il significato di 'naso' il DEI, cit., s.u. nappa, non esclude
che si tratti di una voce longobarda da accostare al nord.a. nef 'naso' e anche
Migliorini, op. cit., pag. 78, ritiene che nappa 'naso' sia un longobardismo.
163
V. GRAZI, op. cit., pag. 56.
164
G. BERTONI, op. cit., pagg. 54 e 55.
165
Cfr. per esempio it. testa in origine 'recipiente di coccio' e ted. Kopf 'testa',
mutuato dal lat. cuppa.
71

�squina, s.f. 'schiena'
Si tratta del sostantivo germanico *ski-nō 'lista, frammento sottile', formato
come ampliamento in nasale sulla radice ie. *skei- 'spaccare'. Cfr. ata skina,
skena 'tibia', ma anche 'ago, lista', atm. schin(e), btm. schene, ol.m. schene
'tibia', ol. scheen, ags. scinu 'tibia', ingl. shin 'stinco, tibia', ted. Schienbein
'stinco, tibia'.166 In Italia e nei dialetti italiani, è parola d’origine longobarda da
*skena 'osso, stinco'.

rufa, s.f. 'crosta lattea'
ata. ruf 'lebbra, crosta, tigna' e riob 'crostoso', atm. ruf(e), ted. reg. Rufe
'crosta della ferita', ol. rōf, ruf, norr. hrjūfr, ags. hrēof &lt; germ. *hrub 'essere
ruvido' &lt; ie. *kreup- 'crosta, incrostarsi' confrontabile per es. con cimrico
crawen 'crosta' e lat. crŭsta.
Le forme dialettali dell’Italia settentrionale, e quindi piemontese e
peveragnese, derivano molto probabilmente dal long. *ruf, *hruf. Cfr. berg.
roeufa 'forfora, muffa', bresc., Rovereto roefa 'forfora', venez. vicenz. rufa
'sporcizia', veron. rufa 'forfora', parm. ruffa 'corrugamento della fronte'.167

rùpia, s.f. 'ruga, grinza'
rupiasù, agg. 'raggrinzito, coperto di rughe'
Per questa voce, presente solo in piemontese e nei dialetti del Piemonte,
sono state ipotizzate due diverse etimologie. Alcuni168 propongono un long.

166

Ted. Schiene e norv. dial. skina continuano il significato originario di 'lista di
legno o metallo'.
167
WAS, cit., s.u. ruf.
168
WAS, cit., s.u. *rippja.
72

�*rippja 'costola' &lt; germ. *rebjam 'costola', probabilmente dalla radice i.e.
*rebh- 'coprire, ricoprire'; la costola sarebbe quindi definita 'copertura (della
cavità toracica)': cfr. ata. ribba, rippa, ribbi, rippi, ted. Rippe 'costola' e
Gerippe 'scheletro', sass.a. ribb, ribbi, ags. ribb, ingl. rip, fris.a. ribb, rebb, ol.
ribbe, rib, norr. rif, dan. ribbe, sved. reiben. Il passaggio semantico
resterebbe però oscuro.
Altri attribuiscono invece la derivazione della forma dialettale a una radice
germ. *rūp 'ruvido, screpolato'.169
A mio parere, la voce potrebbe essere collegata alla precedente (rufa)
rappresentando, tramite l’occlusiva sorda, un esito gotico.170 Il passaggio
semantico sarebbe in questo caso chiaro 'incrostato' &gt; 'ruvido' &gt; 'raggrinzito'
(cfr. parm. ruffa alla voce sopra).

binhoun, s.m. 'bubbone'
germ. *bunka, *bunkan, 'mucchio, massa' &gt; ata. bungo 'bulbo, tubero',
nord.a. bingr, 'cuscino, imbottitura'. Potrebbe collegarsi a una radice ie.
*bhengh- 'grosso, spesso, fitto, folto, grasso' (cfr. per es. sanscr. bahú 'fitto,
denso').
È presente in parecchi dialetti dell’Italia del Nord con il significato di
'foruncolo, pustola' (cfr. berg. bignù, mil. bignon, bresc. bignû, piac. bignon) e

169

M. CORTELAZZO – C. MARCATO, op. cit., s.u. rüpia, A. LEVI, op. cit. s.u. rüpia,
FEW, cit., s.u. *rūp.
170
Ammettendo l’origine dal long. *rippja, ci troveremmo di fronte ad una particolare
eccezione per quanto riguarda la diffusione geografica. Normalmente infatti l’alta
Italia possiede un grado elevato di identità nei prestiti longobardi, storicamente
motivato dal fatto che i ducati della provincia piemontese e di quella lombarda, a
differenza di quelli centrali e meridionali, hanno sempre costituito un centro di forte
unità linguistica e culturale, tanto da essere riunite sotto la comune denominazione
di Neustria. Cfr. M.G. CHIAPUSSO, cit., pag. 58.
73

�sarebbe derivato dal long. *bingo 'bulbo, tubero'.171 L’ampliamento semantico
sarebbe dovuto alla somiglianza esistente tra un bulbo ed una pustola.

ranfi, s.m. 'formicolìo, crampo'
ranfiā, v. intr. 'russare'
Cfr. ata. krampf(o), atm. krampf, ted. Krampf, sass.a. krampo 'contrazione
dei muscoli', ingl. cramp, ol. kramp, probabilmente sostantivazione di un
aggettivo germanico che appare in ata. kramph 'curvo', norr. krappr 'stretto' &lt;
germ. *krampa- 'contrarsi', confrontabile con la radice ie. *gerb- 'incresparsi,
raggrinzire, curvare'172 (cfr. per es. lett. grumbt 'raggrinzirsi', gr. grympaínein
'raggrinzirsi').
La voce peveragnese, come il piemontese ranf, sarebbe derivazione dal
longobardo *krampf.
Il verbo ranfiā deriva da ranfi con senso desunto, forse, da 'crampi allo
stomaco'.173

mourfèl, s.m. 'moccio'
La voce peveragnese deriva dal prov. mourvèl.
Il FEW ipotizza che il termine provenzale possa essere derivato dal franco
*worm con un significato desunto di 'pus'.174

171

G. BERTONI, op. cit., pag. 39.
G. SCARDIGLI – T. GERVASI, op. cit., s.u. cramp-Krampf e F. KLUGE, op. cit.,
s.u. Krampf.
173
A. LEVI, op. cit. s.u. ranfiè.
174
La sua ipotesi si basa sull’osservazione che l’aggettivo morveux 'moccioso', 'che
ha il cimurro' è attestato quasi tre secoli prima del sostantivo morve il che
escluderebbe una derivazione dal latino morbus. Cfr. FEW, cit., s.u. *worm. Una
derivazione dal franco è accettata anche dal DELI e dal DEI, cit., s.u. morva.
172

74

�Nelle lingue germaniche non si riscontra il significato di 'pus', ma da quello
originario di serpe, serpente, drago, verme (cfr. ata. e sass.a. wurm, ags.
wyrm, wurm, fris.a. worm, ol. worm, norr. ormr, dan. e sved. orm,
confrontabili etimologicamente con gr. rhómos 'tarlo', lat. vermis, lit. varmas
'insetto' dalla radice ie. *wer- 'torcersi') potrebbe essersi sviluppato un
significato di 'infetto' forse attraverso un passaggio intermedio di 'verme che
infetta, che porta malattie'; cfr. per es. ted. Wurm 'verme', ma anche
'patereccio', ingl. worm 'verme', 'verme parassitario'.175
Rispetto alle forme germaniche, la voce provenzale presenta metatesi. La
presenza di –f nella voce peveragnese, comune al piemontese, sarebbe,
sempre secondo il FEW, in collegamento con il verbo it. morfire.176
Levi fa derivare da mourfèl anche la voce smourfloun 'ceffone', con –s
intensivo; semanticamente mi pare però difficile da spiegare.177

gram, agg. 'cattivo, malvagio'
gramìsia, s.f. 'cattiveria, malignità'
Cfr. ata. atm. gram 'arrabbiato, indignato', ted. gram 'corrucciato, adirato' e
Gram 'pena, cruccio', sass.a. gram, nord.a. gramr, ags. gram &lt; germ.
*grama- 'adirato, cattivo'.
Cfr. anche i verbi corrispondenti nord.a. grenja, ags. gremian, ata. gremmen.

175

J. A. SIMPSON – E.S.C. WEINER, op. cit., s.u. worm4.
Il DEI, cit., s.u. morfire suggerisce per il verbo italiano con significato di 'divorare'
un collegamento con il verbo germanico *murfjan confrontabile con ol.m. morfen.
177
Secondo me, potrebbe invece collegarsi al sostantivo peveragnese mur 'viso',
anche perché lo smourfloun indica uno schiaffo dato sul viso e non su altre parti del
corpo.
176

75

�Alla base di questa consistente famiglia si può ricostruire la radice ie.
*ghrem- 'tuonare, rimbombare, digrignare i denti' (cfr. per es. lit. grumzd÷ti
'digrignare i denti'), da cui derivano anche l’ata. grim(mi), atm. grim(me), ted.
Grimm 'rabbia, stizza', sass.a. grim, ags. grim, ingl. grim 'spiacevole, difficile,
triste', fris.a. grimm 'irato, arrabbiato', ata. grimmen 'essere fuori di sé',
sass.a. e ags. grimman.
Conformemente al principio della diffusione geografica per it. gramo e per le
forme dialettali corrispondenti, quindi anche piemontese e peveragnese, si
presume un’origine dal longobardo *gram. Cfr. mil. gramm 'miserabile,
malandato', crem. gramm 'malandato, debole', pav. gram 'malvagio,
meschino', bresc. gram 'sventurato'.178

marì, agg. 'cattivo, malvagio, infido, di poco conto'
Si può confrontare con ata. merren 'disturbare', ags. mierran, fris.a. méria,
sass.a. merrian, franco marrir 'affliggere, rattristare' &lt; germ. *marzjan
'disturbare, irritare' da una radice ie. *mers- di uguale significato.
La voce è molto diffusa in area romanza; cfr. prov. marrir, fr. marri 'afflitto,
addolorato', cat. marrit 'triste, abbattuto', marriment 'tristezza, malinconia',
sp.a. amarrido e anche it. smarrire.
Sempre sulla base della diffusione geografica, si presuppone per questo
termine un’origine gotica.
In peveragnese e piemontese, il termine è penetrato per il tramite del prov.
marrí.

178

V. GRAZI, op. cit., pag. 58.
76

�filoùn, s.m. 'furbacchione'
Cfr. ata. fillen 'frustare, flagellare' &lt; germ. *fella, *fellam 'pelle' &lt; ie. *pelα
'coprire, ricoprire, velare, pelle, tessuto'.
Le varie forme romanze rappresentano il latino medievale fello-onis che
riprodurrebbe il franco *fillo 'flagellatore, boia, aguzzino'179 e potrebbe essere
stato assunto per mezzo della terminologia feudale con il senso di 'infedele,
sleale'.180
Cfr. it. fellone, prov., fr. fel, felon, sp. fellon.
In peveragnese il termine ha mantenuto una connotazione negativa, anche
se piuttosto bonaria.

galùp, agg. 'ghiotto'
Il termine potrebbe essere annoverato tra quelle parole galloromanze
composte, che contengono nella prima parte la radice gal- &lt; franco wala
'buono':181 cfr. ol.m. wale 'buono', ingl. well 'bene'. La seconda parte sarebbe
riconducibile al germ. *lapan 'leccare, bere, mangiare rumorosamente'.182 A
mio parere tale composizione trova conferma nel significato: il galüp sarebbe
'colui che mangia avidamente perché (il cibo) è buono'.
Anche le forme peveragnesi argàl 'piacere, divertimento' e argalase 'provare
gusto, provare piacere, divertirsi', derivate dal prov. regalar,183 conterrebbero
questa radice.

179

G. BERTONI, op. cit., pag. 116.
FEW, op. cit., s.u. *fillo.
181
FEW, op. cit. s.u. wala.
182
Cfr. cap. III.1 alla voce lapā.
183
Le forme peveragnesi presentano metatesi.
180

77

�sleffa, s.f. 'scapestrato, birba'
ata. leffur, lefs, atm. lefs(e), sass.a. lepor, ted. Lefze 'labbro' &lt; germ. *lepura,
*lepuraz 'labbro', da una radice ie. *lēb 'pendere flosciamente'.
La voce peveragnese si compone di un derivato del longobardo *leffur
preceduto da una -s intensiva184 e la fricativa sorda dovrebbe confermare
l’origine longobarda.
Il passaggio semantico potrebbe essere spiegato con un significato
intermedio di 'persona vorace'.
Cfr. it. sberleffo.

plandra, agg. 'pelandrona, scansafatiche'
plandroùn, agg. 'pelandrone, scansafatiche'
Si può forse collegare al bt. slendern,185 ted. schlendern 'bighellonare,
ciondolare, andare a zonzo', probabilmente riconducibile a una radice germ.
*slend-a 'trangugiare, divorare' &gt; ata. slintan, atm. slinden, sass.a. slindan.
L’etimologia rimane però oscura.
Il significato originario della parola doveva essere 'donna sciatta, meretrice',
mantenuto dal piem. slandra. Rientra in quella serie di parole attinte da
lingue germaniche che hanno senso offensivo o di disprezzo. Cfr. com.
slandrón 'ladro del paese', ven. slandrona 'sudiciona', friul. slondrone
'baldracca', prov. landronno 'termine inguirioso', landoro 'fannullone'.
In peveragnese l’aggettivo maschile esiste solo nella forma con suffisso
accrescitivo plandr-oùn.

184
185

A. LEVI, op. cit., s.u. slefra.
G. BERTONI, op. cit., pag. 145.
78

�stri, s.m. 'ribrezzo, schifo'186
strioùz, agg. 'schifiltoso'
ata. strīt, 'diverbio, contesa, lite', ted. Streit &lt; germ. *streida, *streidaz 'lite' &lt;
ie. *strēi- 'rigido, inflessibile'.
Il Gamillscheg fa derivare la voce dialettale dell’Italia settentrionale dal prov.
estrit &lt; franco strīd 'lite' e spiega che la caduta della consonante -t- esclude
la derivazione dal long. strīt.187 Secondo il FEW, invece, la parola provenzale
deriva dal franco, mentre il termine dell’Italia settentrionale è longobardo. Il
Gamillscheg avrebbe interpretato erroneamente la caduta di -t- che non
sarebbe un segno dell’origine franca, bensì un procedimento comune
(poestae &lt; potestate, frael&lt; fratel).188
Credo che si possa accettare l’ipotesi di un’origine longobarda perché la
convivenza tra Germani e Latini si era fatta più profonda proprio nel periodo
longobardo e, molti termini che si riferiscono ad abitudini germaniche o modi
di comportarsi disprezzati dai Romani sono attribuibili all’epoca longobarda
(cfr. per es. it. trincare, bisticciare, schernire).
Per l’aggettivo striouz, il passaggio semantico si spiega attraverso il grado
intermedio 'lamentarsi per qualsiasi cosa, contestare'.189

186

La stessa parola indica in peveragnese il 'vairone', un pesce teleosteo della
famiglia ciprinidi, lungo una quindicina di centimetri, di colore cinereo verdastro, che
vive nelle acque dolci correnti e le cui carni sono abbastanza pregiate. Non ho
trovato corrispondenze in piemontese relativamente a questo significato; potrebbe
trattarsi di un hapax peveragnese. Purtoppo nessuno dei parlanti che ho intervistato
ha saputo suggerirmi un collegamento tra i due significati 'schifo' e 'vairone' e non
ho trovato alcuna documentazione in merito. Sembra che si debba escludere
l’associazione più ovvia perché il vairone non è un pesce che provoca ribrezzo; è
vero però che si tratta di una sensazione molto soggettiva.
187
RG, cit., II, 114.
188
FEW, cit., s.u. strīd.
189
M. CORTELAZZO – C. MARCATO, cit., s.u. striūs.
79

�ëndernà, agg. 'ammaccato'
Si può probabilmente collegare a una radice germ. *darn 'sbalordito, confuso,
stordito': cfr. ags. derne 'magico, ingl. darn 'maledire, condannare'.
L’attestazione più antica è offerta dalle glosse di Reichenau vecors:
exdarnatus.190
Sicuramente si può escludere un’origine longobarda perché le forme
corrispondenti *tarni, *ternîgo 'incantato, stordito, preso da incantesimo' sono
continuate dalle voci dialettali pav. tarnagà, ternegà 'togliere il fiato (detto di
odori)',

tarnagént,

tarnegént

'soffocante

ributtante',

crem.

ternegaa

'ammorbare', bresc. ternegà 'ammorbare, soffocare'.191
Il peveragnese e il piemontese darná 'intontito, affaticato, intirizzito, irrigidito'
potrebbero quindi essere voci di origine gotica da una forma *darns
'magico'.192
Ammettendo quest’ipotesi, resta però difficile spiegare il passaggio
semantico. In peveragnese, infatti, l’aggettivo si riferisce generalmente a una
persona che prova un malessere fisico o un dolore vero e proprio causato da
una caduta, da un incidente o dall’età avanzata. Potrebbe forse spiegarsi con
un significato intermedio di 'confuso a causa di una situazione non naturale o
anormale' e l’aggettivo potrebbe poi essere passato da una sfera emozionale
a una fisica; si tratta però solo di una supposizione.
Probabilmente anche l’it. indarno si può collegare alla stessa radice
germanica.

190

FEW, cit. s.u. darn.
V. GRAZI, op. cit., pag. 59. Il passaggio semantico si spiega attraverso il
significato intermedio di 'stordito da odori aromatici', cfr. RG, cit., IV, 62.
192
RG, cit., III, 36 e IV, 62.
191

80

�magoùn, s.m. 'magone, accoramento, dispiacere'
magounā v. intr. 'affliggersi, accorarsi, rimuginare'
magounà agg. 'afflitto'
ata. mago, atm. mage, ted. Magen 'stomaco' ol.m. mage, norr. magi, ags.
maga, ingl. maw 'gozzo, stomaco (di animali)', fris.a. maga, ol. maag, dan.
mave, sved. mage, franco maga &lt; germ. *magōn 'stomaco, ventre' &lt; ie. mak'pelle, borsa' (cfr. p.e.cimrico megin 'mantice', lit. mãkas 'borsa').
Un primo passaggio semantico è avvenuto dalla radice indoeuropea alle
lingue germaniche, dove per indicare lo 'stomaco' si è fatto riferimento sia
all’aspetto esteriore dell’organo, molto simile a una piccola borsa, sia alla
funzione pratica di contenere alimenti durante la fase digestiva.193 Il
contenuto semantico della parola si è poi ulteriormente ampliato attraverso la
sensazione fisica di 'peso sullo stomaco', fino a indicare una sensazione
psicofisica di 'accoramento, rammarico, afflizione' e simili. Con quest’ultimo
significato la voce è entrata in italiano anche se, al momento, magone è
generalmente di ambito centrosettentrionale. Proprio in considerazione della
sua diffusione geografica, si attribuisce comunemente l’origine del termine
italiano e delle varie voci dialettali corrispondenti al longobardo.194

193

S. BOSCO COLETSOS, op. cit., pag. 70.
In alcuni dialetti è conservato però il significato di 'ventriglio degli uccelli, gozzo',
cfr. piac. magott, berg. magosa, romagnolo maghett, lucchese macone. Vedi G.
BERTONI, op. cit., pag. 152.
194

81

�gena, s.f. 'soggezione, incomodo, disagio'
genànt, agg. 'che reca soggezione o incomodo'
genà, agg. 'che ha soggezione, timido, a disagio'
dësgenà, agg. 'disinvolto'
agenase, v. rifl. 'sentirsi a disagio non osare'
ata jehan, franco jehhjan &lt; germ. *jehan 'pronunciare, dire, promettere' &lt; ie.
*iek- 'parlare'.
Il termine è entrato nel peveragnese, come nel piemontese, attraverso il fr.
gêner 'tormentare, disturbare' &lt; fr.a. gehiner 'torturare' &lt; fr.a. gehine
'confessione estorta con la tortura' &lt; fr.a. jehir 'confessare, costringere alla
confessione' &lt; franco *jahhjan 'portare alla confessione', franco *jëhan
'ammettere'.
Il significato del termine in uso nel dialetto continua la sensazione di
costrizione, dell’essere tormentati, di non sentirsi a proprio agio. Si può
osservare inoltre che si tratta di un termine ben acclimatato che ha prodotto
molti derivati.
Dal francese è derivato anche il ted. genieren 'dare fastidio'. Cfr. anche it.
ant. gecchito 'umiliato, dimesso'.

guëddou, s.m. 'tono, stile, garbo, modo di fare'
Dal francese guède 'guado', a sua volta dal germ. *waizda- 'pianta da cui si
trae una tinta azzurra e la tinta medesima'.195

195

A. LEVI, op. cit. s.u. ghẹddu e M. CORTELAZZO – C. MARCATO, op. cit. s.u.
ghëddo.
82

�Cfs. ata. weit, atm. weid, weit, btm. wēt, ted. Waid 'guado', ol.m. weet,
weede, ags. wād, ingl. woad, fris.a. wēd, dan. vajd, sved. vejde.
La tecnica di trarre il colore azzurro dalla pianta Isatis tinctoria, ancora oggi
diffusa nell’Europa continentale, doveva essere ben nota ai Germani che
probabilmente la insegnarono alle popolazioni neolatine.196 La voce è già
presente nel lat. medievale waisdo, da cui it. guado e fr. guède.
Il significato della voce peveragnese si può forse spiegare tramite un
passaggio semantico da 'tono di colore' a 'tono, atteggiamento, modo di fare'.

afra, s.f. 'paura, angoscia'
afroùz, agg. 'spaventoso, angosciante'
ata. eifar, eivar, eibar 'amaro', ags. afor 'amaro, acido, piccante' &lt; germ.
*aibra, *aibraz 'amaro, forte, violento' &lt; ie. *ai- 'ardere, bruciare, illuminare'.
In peveragnese la parola è entrata per il tramite del prov. afre, per il quale è
stata proposta un’origine gotica197 ricostruendo una forma got. *aifrs 'terribile,
spaventoso'.
Cfr. it. afro 'acre, aspro, acerbo'.

bega, s.f. 'contrasto briga'
ata. bāga &lt; germ. *bēga, *bēgaz 'lite' &lt; ie. *bhēgh- 'litigare'
Il termine è di origine gotica (*bēga) ed è una chiara espressione della
difficile convivenza tra germani e romani.
Si tratta di una voce settentrionale, poi passata a tutto l’area italiana.

196
197

P. SCARDIGLI – T. GERVASI, op. cit., s.u. woad-Waid.
FEW, cit., s.u. *aifrs.
83

�grinh, s.m. 'riso'
grinhā, v. intr. 'ridere'
cfr. ata. grīnan, atm. grīnen, ted. greinen 'piagnucolare', norr. grīna, dan.
grine, ags. grānian 'piangere' &lt; germ. * greinan 'piagnucolare, frignare,
urlare'.
L’etimologia è incerta.
L’origine per le forme dialettali dell’Italia settentrionale, e quindi per il
peveragnese, potrebbe essere longobarda.198 Il passaggio semantico è
spiegato dall’ambiguità del verbo germanico, che originariamente significava
'storcere la bocca rendendo visibili i denti'. Un significato indefinito, sospeso
tra il piangere e il ridere smodato, è conservato nelle lingue germaniche
stesse: cfr. ted. grinsen, 'sghignazzare, sogghignare', ags. grennian, ingl. grin
'sogghignare', ags. grānian, ingl. groan 'gemere', franco *grīnan 'storcere la
bocca'.199
Cfr. anche it. digrignare.

sagrìn, sigrìn, s.m. 'preoccupazione'
sigrinà, agg. 'preoccupato'
Probabilmente da collegarsi alla famiglia sopra analizzata, troviamo anche il
sostantivo sagrin, sigrin, che deriva dal fr. chagrin 'affanno, dispiacere,
dolore'.200

198

FEW, cit., s.u. *grînan.
G. SCARDIGLI – T. GERVASI, op. cit. s.u. grin-greinen.
200
FEW, cit., s.u. *grînan.
199

84

�La parola francese è stata spiegata come composta da chat 'gatto' e grigner
'far smorfie' &lt; franco *grīnan, un calco sul ted. Katzenjammer 'malessere
profondo' e in particolare 'mal di testa dopo la sbornia'.201

guinha, s.f. 'faccia arcigna, maligna'
guinhoùn, s.m. 'antipatia'
Il termine dialettale, così come it. ghignare e sghignazzare, deriva dal
francese guigner, che a sua volta è dal franco *wingjan 'chiamare con un
cenno', probabilmente riconducibile alla radice germ. *wenkan 'muoversi, fare
cenno' &lt; ie. *weng- 'curvarsi, ondeggiare' (cfr. per es. lit. véngiu 'evitare,
scansare'). Cfr. ata winkan, atm. winken, ted. winken 'ammiccare, chiamare
con un cenno', sass.a. wincan, ags. wincian, ingl. wink 'battere le palpebre,
strizzare l’occhio'.
In peveragnese è molto usata la locuzione piā ën guinhoùn 'prendere in
antipatia'.

sguinchā (l’œi), v. intr. e tr. 'dare un’occhiata, fare l’occhiolino'
La voce peveragnese deriva dal prov. guinchá 'sbirciare', di origine
germanica (franco *wenkjan). Si tratterebbe della stessa voce di cui sopra
con grado vocalico diverso.202

201

A. DAUZAT, J. DUBOIS, H. MITTERAND, Nouveau dictionnaire étymologique et
historique, Larousse, Paris, 1987, s.u. chagrin.
202
FEW, cit., s.u. *wenkjan.
85

�gachā, v. tr. 'spiare, guardare di sottecchi'
Cfr. ata. wahta, ted. Wacht 'guardia', ol.m. wachte e i verbi derivati ata.
wahtēn, atm. wachen, ted. wachen 'vegliare, fare la guardia', bewachen
'sorvegliare, custodire', nord.a. vaka, ags. wacian &lt; germ. *wahtwō 'guardia'
&lt; ie. *uegē- 'essere forte, essere sveglio' (cfr. per es. lat. vegēre 'ravvivare,
stimolare' e vigilāre 'essere sveglio').
La parola si è diffusa nelle lingue romanze tramite il franco *wahta 'guardia',
come espressione dell’esercito e probabilmente è penetrato presto nel lat.
medievale wacta.
In peveragnese la parola deriva dal prov.a. gachar 'montare la guardia', mod.
gachá.

zgrafihnā, v. tr. 'graffiare'
zgrafinhà, agg. 'graffiato'
zgrafinhanha, s.f. 'graffio'
Si puo confrontare con ata. krapfo &lt; germ. *krappa 'uncino, gancio' da una
radice ie. *grep- di uguale significato.
La presenza della fricativa sorda permette di individuare per la voce it.
graffiare e le corrispondenti forme dialettali un’origine dal long. *krapfo.203 La
z- ha valore intensivo.

203

Cfr. per contro il cap. III.4 alla voce grappa.
86

�rafā, v. tr. 'carpire, rubare'
Cfr. ata. raffen, atm. raffen, reffen, btm. rapen, ted. raffen 'arraffare,
ghermire, afferrare', nord.a. hreppa 'ottenere', da una radice *hrap non
confrontabile al di fuori delle lingue germaniche.
L’italiano arraffare e le voci dialettali che presentano la fricativa sorda (come
il piemontese e il peveragnese) derivano dal long. *raffōn.

sguèrā, v. tr. 'sprecare'
Composto da -s con funzione negativa e dal prov.a. garar 'guardare,
badare'.204 Il termine provenzale potrebbe derivare da una forma gotica
*warōn con duplice significato di 'guardare, osservare' e 'proteggere'.
Un’altra ipotesi suggerisce che la forma piemontese, e conseguentemente
quella peveragnese, derivino dalla voce *wariare, romanizzazione del germ.
*warjan 'proteggere'; a fare da tramite avrebbe potuto essere un’altra forma
gotica *warjan, coesistita a fianco di *warōn e di uguale significato.205 Il verbo
è quindi molto probabilmente di origine gotica, ma non si può ricostruire con
certezza una forma originaria univoca.

garo!, esclamazione 'attenzione!, largo!'
Questa espressione del dialetto peveragnese è derivata dall’imperativo
francese gare!, ricollegabile alla radice *warōn sopra riportata. Era
probabilmente un grido tipico usato dai carrettieri e con essi migrato.206

204

A. LEVI, op. cit., s.u. sgairè.
FEW, op. cit., s.u. *warōn.
206
FEW, op. cit., s.u. *warōn.
205

87

�squivā, v. tr. 'scansare'
Cfr. ata. skiuhen, atm. schiuhen, schiuwen, ags. scēoh &lt; germ. *skeuha'intimidire' forse confrontabile con lat. cautus 'cauto, prudente'. Della stessa
radice germanica sono confrontabili ted. scheu 'timido' e scheuen 'temere'.
La voce dialettale squivā, ed il piemontese schiviè, derivano dal franco
*skiuhjan 'temere', così come pure it. schivo e schifo, schivare e schifare.

vanhā, v. tr. 'guadagnare, vincere'
Il verbo deriva dal franco *waidanjan, in origine 'pascolare', giunto al
significato odierno tramite quello di 'coltivare il suolo' e quindi di 'ottenere
dalla coltivazione'.
La voce peveragnese, comune al piemontese, presenta una fricativa sonora
in posizione iniziale, dove invece in italiano si riscontra gu- (cfr. it.
guadagnare), esito normale del germanico w-. La forma dialettale si è
preservata dalla trasformazione romanza in gutturale rimanendo forse più
fedele alla pronuncia bilabiale che la semivocale germanica deve aver
posseduto.

varī, v. tr e intr. 'guarire'
Cfr. ata. werien, werren, atm. wer(e)n, ted. wehren 'impedire (di fare),
difendersi', sass.a. werian, nord.a. verja, ags. werian &lt; germ. *war-ija'difendere' &lt; ie. *wer(u)- (cfr. per es. sanscr. vrnóti 'difeso, protetto').

88

�Il termine è entrato nel dialetto piemontese, e quindi nel peveragnese, dal
franco *warjan 'difendere, proteggere'; allo stesso modo l’it. guarire.207

III.4 - LAVORI AGRICOLI E ATTREZZI DA LAVORO

piœvā, s.f. 'solco per la coltivazione, filare'
cfr. ata., atm. pfluoc, ted. Pflug, btm. ploch, fris.a. plōch, norr. plogr, dan.
plov, sved. plog, sass.a. plōg, ags. plōh, ingl. plough 'aratro'.

L’origine del termine è contraddittoria. Due etimi sono stati proposti: il latino
plaustrum e il longobardo plôvus, plôvum.208
Nell’Historia Naturalis, descrivendo vari tipi di vomere, Plinio riferisce di una
nuova forma di aratro a due ruote usata nelle Gallie retiche e chiamata
plaumorātum.209 Il longobardo plovum è invece attestato nell’Editto di Rotari.
Roth 288 - De plovum. Si quis plovum aut aratrum alienum iniquo animo
capellaverit, conponat solidos tres, et si furaverit, reddat in actogild.

207

Anche in questo caso nella forma dialettale si riscontra una fricativa sonora in
posizione iniziale, forse esito più fedele alla pronuncia della semivocale germanica
rispetto alla voce italiana.
208
G. BERTONI, op. cit., pag. 248.
209
Vomerum plura genera: ….. Non pridem inventum in Raetia Galliae ut duas
adderent tali rotulas, quod genus vocant plaumorati.
Ci sono parecchi tipi di vomeri: ….. Nella Rezia di Gallia da poco hanno escogitato
di aggiungere a questo vomere due rotelle, e chiamano plaumoratum questo tipo di
aratro. Cfr. G. PLINIO SECONDO, Storia naturale, Edizione diretta da Gian Biagio
Conte con la collaborazione di Giuliano Ranucci, Giulio Einaudi Editore, Torino,
1984, Libro III, 18, 172 pagg. 756 e 757, traduzione di Alessandro Perutelli.
89

�Del plovum. Se qualcuno danneggia con intenzione dolosa un plovum o un
aratro altrui, paghi una composizione di 3 solidi e se lo ruba lo restituisca in
actogild (indennizzo pari a otto volte il valore del bene).210
Nel capitolo il plovum viene chiaramente distinto dall’aratrum. Nel momento
in cui questo attrezzo agricolo fu introdotto dai Longobardi, doveva quindi
essere sostanzialmente diverso da quello in uso, denominato con il termine
latino; probabilmente si trattava di un tipo di aratro più pesante.
Le spiegazioni sull’origine della parola non sono ancora sufficienti;
generalmente viene oggi accettata l’etimologia longobarda, che può essere
confermata dalla diffusione geografica del termine.
La voce vive nell’Italia settentrionale in vari dialetti (bresc. pió, bol. piå,
moden. piód, reggiano piód, parm. piò e piœud; la forma piò giunge sino a
Mantova e nel Ferrarese)211 e designa o designò l’aratro a due ruote.
Ammettendo l’origine longobarda, con plovum abbiamo un esempio
abbastanza significativo di assenza della mutazione consonantica. È
evidente, nel caso di p, che il longobardo più antico e schietto manteneva
inalterato tale suono.212
Nel dialetto peveragnese il termine non indica più l’attrezzo, ma il risultato del
lavoro fatto con tale attrezzo.

210

C. AZZARRA – S. GASPARRI, op. cit., pagg. 80 e 81.
G. BERTONI, op. cit., pag. 164 e pag. 248.
212
P. SCARDIGLI, op. cit., pag. 226.
211

90

�àpia, s.f. 'scure'
apiòt, s.m. 'accetta'
Si può ricostruire una voce germanica *hapja 'falcetto' &gt; ata. happa, atm.
happe, ted. reg. Häpe, ted. Hippe213 'roncola', forse confrontabile con gr.
kopís 'sciabola'.
La diffusione in area galloromanza si deve probabilmente alla voce franca
happia 'coltello a forma di falce' &gt; fr. hache, prov. apcha.
Le forme it.a. accia, it. accetta, kat. atxa, sp. hacha, pg. facha sarebbero
derivate dal francese, mentre quella piemontese e peveragnese apia dal
provenzale.214 Probabilmente la voce era in origine termine militare e
indicava 'l’ascia di guerra'.215

lèsna, s.f. 'lesina'
Antico sostantivo germanico: cfr. ata. āla, atm. āle, ags. œl, norr. alr, ted.
Ahle, ingl. awl 'lesina, punteruolo', da una probabile radice ie. *ēlā (cfr. per
es. sanscr. āra 'lesina').
Il sostantivo è passato anche nelle lingue romanze, in una forma più ampia di
non chiara composizione, attestata da ata. alansa;216 di qui probabilmente
it. lesina,217 fr. alêne, sp. (a)lesna.218

213

Il vocalismo delle forme germaniche resta oscuro. Cfr. F. KLUGE, op. cit., s.u.
Hippe.
214
FEW, cit., s.u. hâppia.
215
A. LEVI, op. cit., s.u. apia e RG, cit., II, 80.
216
P. SCARDIGLI – T. GERVASI, op. cit., pag. 106, s.u. awl–Ahle e F. KLUGE, op.
cit., s.u. Ahle.
217
G. BERTONI, op. cit., pag. 148, propone invece per le forme italiana e spagnola
un got. *alísna.
218
Anche J. COROMINAS – J. A. PASCUAL, Diccionario crítico etimológico
castellano e hispánico, Editorial Gredos, Madrid 1989, s.u. lezna, attribuisce allo
sp.a. alesna un’origine dal germ. occidentale *alĭsna dedotto dall’ata. alansa.
91

�Il nuovo termine germanico soppiantò il latino subula; indicava probabilmente
un attrezzo di forma diversa, considerato innovazione introdotta dai
germani.219

grappa, s.f. 'rampone di vario tipo per arrampicarsi su pali e per far presa su
ghiaccio o terreni ripidissimi'
ëngrapounase, v. rifl. 'arrampicarsi'
ëngrapounà, agg. 'arrampicato'
(a) grapoùn, loc. avv. 'a quattro gambe'
ata. krapfo, kraffo, atm. krapfe &lt; germ. *krappan 'uncino, gancio' &lt; ie. *grep*gerep- 'uncino'.
In peveragnese esiste solamente la forma con occlusiva labiale sorda,
mentre in piemontese la stessa coesiste con graffa, che presenta fricativa
sorda. Si presuppone per grappa un’origine dal gotico *krappa (cfr. it. grappa,
sp. grapa, prov. grapa), mentre per graffa un’origine longobarda *krapfo (cfr.
it. graffa).220
La forma verbale peveragnese è composta dalla forma accrescitiva del
sostantivo (grapoùn), preceduta da ën corrispondente al prefisso italiano in,
con funzione derivativa.

219
220

B. MIGLIORINI, op. cit., pag. 75.
G. BERTONI, op. cit. pag. 131.
92

�rampìn, s.m. 'gancio, appiglio'
rampoùn, s.m. 'rampone, parte posteriore dei ferri da cavallo'
ënrampinhase, v. rifl. 'arrampicarsi'
Si può risalire a una forma germ. *hrampa 'curvatura, uncino, artiglio',
nasalizzazione della radice *hrap-221, non confrontabile al di fuori delle lingue
germaniche e riscontrabile in ata. raffen, atm. raffen, reffen, btm. rapen, ted.
raffen 'ghermire, afferrare', nord.a. hreppa 'ottenere'.
Il sostantivo è entrato nelle lingue romanze e si è diffuso con due significati
differenti: da un lato 'uncino, artiglio', dall’altro 'crampo'.222
La presenza dell’occlusiva sorda –p potrebbe far presupporre un’origine
gotica.
La forma base rampin è poco usata come sostantivo indipendente, viene
piuttosto utilizzata per sottolineare la forma ricurva di altri attrezzi, come per
esempio cho rampìn 'chiodo uncinato, chiodo da maniscalco'. Rampoùn, che
chiaramente indica un grosso gancio, non è più sentito come accrescitivo,
ma ha acquisito una propria autonomia e in dialetto indica specificatamente
l’attrezzo che, fissato sotto gli scarponi degli alpinisti, permette di avanzare
su neve dura o su ghiaccio. Ha sviluppato inoltre un significato specifico nel
linguaggio settoriale relativo all’allevamento dei cavalli ed indica la parte
posteriore dei ferri dei cavalli, con riferimento alla loro forma ripiegata.
La forma base è chiaramente riconoscibile nel verbo ënrampinhase
'arrampicarsi' &lt; 'salire agganciandosi' (alla parete di una montagna, a un
albero).

221

G. BERTONI, op. cit., pag. 167.
FEW, cit. s.u. rampa. Per il significato di 'crampo', vedere cap. III.3 alla voce
ranfi.

222

93

�croc, s.m. 'gancio, uncino'
Si può confrontare con nord.a. Krókr 'uncino, gancio, oggetto ricurvo'.
Il termine è attestato nella Lex Salica al capitolo LXIX, 2, nella forma francolatina incrocatur, composta dal prefisso in-, dall’esito dell’antico basso franco
*krôk 'gancio' e integrata per mezzo della desinenza verbale latina –atur.223
Tutto il capitolo, articolato in forma di sentenze, fissa le pene pecuniarie da
comminare a chi libera dal patibolo i cadaveri dei giustiziati e i condannati
alla pena capitale; il termine *incrocare assume quindi il significato giuridico
di 'appendere, impiccare'. Il sostantivo antico basso franco si è diffuso nella
forma romanizzata oltre che in area francese (croc 'uncino, gancio'), anche in
quella italiana (crocco) e dialettale (cfr. piem. croch, peveragnese croc). In
peveragnese si usa croc anche come elemento di specificazione per indicare
una forma ricurva, cfr. per es. l’espressione naz a croc 'naso ricurvo'.

crocha, s.f. 'stampella'
Da ata. krucha, chruchja, ted. Krücke 'gruccia', sass. a. krukka, ags. cryc(c),
ingl. crutch, ol. kruk, dan. krukke, sved. krycka si ricostruisce un germ.
*krukjo- 'gruccia', probabilmente da un ampliamento in velare della rad. ie.
ger- 'attorcigliare'.224
Il termine è sicuramente affine alla voce sopra analizzata, ma non si può
stabilire con certezza quale sia stata la lingua germanica di provenienza.

223

Si quis hominem sine consensu iudicis de ramo ubi incrocatur deponere
praesumpserit, MCC denariis qui faciunt solidos XXX culpabilis iudicerut. Cfr. G.
SIMONE, LS vs. LF. La traduzione frammentaria in antico alto tedesco della Lex
Salica e la sua base latina, Patron Editore, Bologna, 1991, pag. 83 e segg.
224
P. SCARDIGLI – T. GERVASI, op. cit., s.u. crutch-Krüche.
94

�In origine poteva essere un termine tecnico relativo alla costruzione delle
case in legno.225
Cfr. anche it. gruccia.

topa, s.f. 'ceppo di grosse dimensioni su cui poggia la legna da spaccare'
topou, s.m. 'grosso pezzo di legno'
Cfr. ata., atm. zopf 'cima, punta', ags. topp 'cima, scriminatura', fris. a. topp,
ol. top cima; norr. toppr 'ciocca di capelli', dan. top, sved. topp 'punta, cima',
ted. Zopf 'treccia', ingl. top 'cima, sommità'.
Si può forse risalire a una forma germ. *tuppa, *tuppaz 'treccia, estremità' da
una radice ie. *dumb 'coda, bacchetta', ma l’etimologia del termine rimane
incerta.
Il sostantivo è ben attestato anche nelle lingue romanze: cfr. fr.a. top, tope, fr.
toupe, toupet 'ciuffo', sp., port. tope 'cima, punta', it. toppo 'ceppo'.
Mentre però le voci spagnola e portoghese derivano dalla francese e questa,
a sua volta, dal franco *top 'punta',226 resta incerta l’origine della parola
italiana toppo. Il FEW presuppone una derivazione diretta da una lingua
germanica perché il termine appare nell’italiano e nei suoi dialetti, già
anticamente, con il significato di 'ceppo' che non è invece conosciuto in area
francese. Per ragioni fonologiche, esclude una derivazione dal longobardo e
ipotizza un’origine gotica.227

225

FEW, cit., s.u. krukja.
FEW, cit., s.u. *top.
227
FEW, cit., s.u. *top, ricostruisce una forma gotica *tups, mentre il Bertoni che
concorda con l’origine gotica del termine italiano, ipotizza una forma *toppis. Cfr. G.
BERTONI, op. cit., pag. 209.
226

95

�Penso però che non ci siano elementi sufficienti a stabilire se il termine in
peveragnese (ma anche in italiano) sia derivato da una forma gotica o
franca. Per quanto riguarda il problema del significato avanzato dal FEW,
che escluderebbe l’origine franca, non credo infatti che ci siano difficoltà ad
immaginare un’evoluzione semantica dal franco *top 'punta' al pev. ceppo
cioè 'parte del tronco che sporge dal terreno dopo che l’albero è stato
tagliato'.228

tupìn, s.m. 'pentolino, vaso da notte' e metaforicamente agg. 'stupido,
sempliciotto'
Cfr. ata. dupfen, duppen, ted. Topf 'vaso, pentola', forse confrontabile con
ags. dyppan 'immergere, intingere'.
L’origine di questo termine è incerta. La forma peveragnese, comune al
piemontese deriva dal prov. topin, fr. dialettale to(u)pin 'piccola pentola',229
che potrebbe essere l’esito di una forma franca *toppīn 'vaso, pentola'.230
Cfr. cat. tupí 'vaso di terracotta'.
Probabilmente l’ampliamento semantico si può spiegare attraverso la
metafora 'recipiente' &gt; 'testa'231 &gt; 'testa vuota'.

228

Il DEI, cit., s.u. toppo ammette per la voce italiana un’origine dal franco.
M. CORTELAZZO – C. MARCATO, op. cit., s.u. tupìn.
230
FEW, cit., s.u. *toppīn.
231
Cfr. pag. 71, nota 101.
229

96

�gèrba, s.f. 'mannello di spighe mietute che, insieme ad altri, costituisce un
covone'
Cfr. ata garba, atm. garbe, ted. Garbe 'covone', sass.a. garba, garva, franco
garba da germ. *garbōn 'covone' ricollegabile alla radice ie. *ghrebh'afferrare, prendere' (cfr. per es. sanscr. grabh- 'prendere, afferrare', lit.
grabstýti 'prendere, afferrare'). Il passaggio semantico è spiegato dal fatto
che in origine il covone era la quantità di grano (o di altro cereale) che si
riusciva ad afferrare con una mano per essere tagliato con la falce.232
Il termine si è diffuso in area romanza dal franco garba, attestato nelle glosse
di Reichenau.233 Probabilmente tale diffusione è dovuta all’obbligo di
corrispondere dei pagamenti in natura (cereali) che venivano consegnati già
raccolti in fasci.
Il termine peveragnese, comune al piemontese, deriva da fr. gerbe.234

garb, s.m. 'buco'
garbā, v. tr. 'scavare'
garbadàn, s.m. 'grosso buco'
Si può confrontare con atm. kerben, btm. kerven, ted. kerben 'intaccare,
intagliare', non attestato precedentemente (manca una forma alto tedesca
antica).235 Cfr. ags. ceorfan, ingl. carve 'scolpire, incidere', nord.a. kurfr
'ceppo', fris.a. kerva, dan. karve, sved. karfwa, ol.m. e ol. kerven &lt; germ.
*kerb-a 'intagliare', forse di origine indoeuropea (cfr. gr. gráphō 'scalfire,

232

F. KLUGE, op. cit., s.u. Garbe.
FEW, cit., s.u. garba.
234
FEW, cit., s.u. garba.
235
F. KLUGE, op. cit., s.u. kerben.
233

97

�scrivere'). Nella forma peveragnese si può notare una sonorizzazione
dell’occlusiva iniziale probabilmente dovuta all’influsso della vibrante.236 Il
significato assunto nel dialetto da questa famiglia di vocaboli è quello di
'scavare, bucare'.237 Cfr. prov. alpino garbo 'tronco d’albero scavato'.

trabùc, s.m. 'unità di misura che corrisponde a circa 9 m2'
trabucā, s.f. 'misurazione o stima approssimativa'
Dalla base germanica, donde ted. Bauch 'ventre', preceduta da prefisso traindicante movimento.
Cfr. ata. būh, atm. bûch, ags. būc, nord. búkr, franco būk.
La voce dialettale deriva dal prov.a. trabuc 'macchina da guerra'.
Il significato originario era quello di 'caduta' poi passato a 'trappola' in quanto
le prime trappole per animali erano semplicemente costituite da una fossa
nella quale gli animali cadevano.
Il termine si è poi specializzato con l’evolversi delle tecniche di caccia (12°
secolo) ed è passato a indicare una trappola oscillante. L’animale, toccando
l’esca, faceva abbassare il braccio di una leva che lo catturava, mettendo in
azione un cappio scorrevole. Lo stesso meccanismo di funzionamento è
stato poi applicato a una macchina d’assedio che insieme alla tecnica della
trappola ne ha acquisito la denominazione. Per la sua peculiarità di indicare
un movimento oscillatorio, il termine è poi forse passato a designare una
sorta di bilancia e dall’idea di peso può essere nata quella di misura.238

236

Cfr. la voce gùërpia al cap. III.1.
Cfr. l’espressione garbā ël couiëtte letteralmente 'bucare gli gnocchi'. Si fa cioè
un incavo nella pasta per dare agli gnocchi la caratteristica forma. Tradizionalmente
si faceva con le dita (indice e medio), oggi sovente con la forchetta.
238
FEW, cit., s.u.būk e A. LEVI, op. cit., s.u. trabüch.
237

98

�group, s.m. 'nodo di un filo, di una corda'
groupā, v.tr. 'annodare con nodo stretto e difficile da sciogliere, legare'
Si risale a una base germanica *kruppa- 'rigonfiamento, gobba, tronco'. Cfr.
ata., atm. Kropf, ol.m. crop, ted. Kropf 'gozzo', nord.a. Kroppr 'gobba,
rigonfiamento', ags. crop(p) 'gozzo, ciocca, cima'.
Il vocabolo è molto diffuso nelle lingue romanze, dove però ha assunto tre
significati diversi: quello di 'dorso di animale' (cfr. it. groppa, sp. grupa, cat.
gropa, fr. croupe da cui anche ted. Kruppe); di 'nodo' presente nei dialetti
italiani settentrionali (piem. grop, mil. gropp, gen. gruppo, ven. gropo, emil.
grop; cfr. anche it. groppo e cat. grop); e di 'insieme, quantità' (cfr. it. gruppo,
sp. grupo, fr. groupe da cui anche ted. Gruppe).
Il FEW, in base alla distribuzione areale dei tre gruppi semantici, propone
derivazioni da lingue germaniche diverse, per cui le forme con significato di
'nodo' sarebbero dal gotico.239
Anche in questo caso240 si può osservare che all’occlusiva germanica sorda
in posizione iniziale corrisponde un’occlusiva sonora; probabilmente tale
sonorizzazione è dovuta al contesto fonetico influenzato dalla vibrante.

lam, agg. 'lento, allentato'
Cfr. ata., atm. lam, ted. lahm 'storpio, zoppo, fiacco, debole, magro', sass.a.
lamo, ags. lama, ingl. lame 'storpio, zoppo', fris. a. lam, lom, ol. lam, norr.
lami, dan., sved. lam.

239

FEW, cit., s.u. kruppa; le forme con significato di 'groppa' deriverebbero invece
dal franco e quelle con significato di 'gruppo' dal longobardo.
240
Cfr. gùërpia al cap. III.1 e garb in questo stesso cap.
99

�Si ricostruisce una forma germ. *lama-/ōn 'storpio, zoppo', riconducibile alla
radice ie. *lem- 'rompere' (cfr. per es. slavo a. lomiti 'rompere', lit. lúomas
'zoppo').
La voce peveragnese è comune al piemontese e si riferisce generalmente a
funi, lacci e simili. Siccome il vocabolo si ritrova anche in prov. lam,
'vacillante, poco intenso', potrebbe essere di origine gotica.241

rancā, v. tr. 'strappare, rimuovere'
Si può risalire alla forma germ. *wrankjan 'curvare, piegare' &gt; ata. ranken,
renken 'storcere, curvare', ted. ranken 'avviticchiarsi, arrampicarsi' e rank
'snello, slanciato, agile', ags. wrencan 'girare', riconducibile alla radice ie.
*wreng 'girare'.
Voci derivate da questa famiglia sono diffuse in un’area che abbraccia
Spagna, Francia meridionale e Italia (cfr. it. arrancare); in particolare, è
presente la forma aggettivale dalla base germanica *wrank 'storto, girato'.242
Considerando tale diffusione, si è supposta un’origine gotica del termine.243
Il verbo ha poi subito un ampliamento semantico ed è passato a significare
'strappare', in particolare detto di piante. Per estirpare una pianta o un
arbusto bisogna infatti tirarne il gambo e la radice storcendoli ed estraendoli
dalla terra con una sorta di movimento rotatorio.

241

G. BERTONI, op. cit. pag. 144 e FEW, cit., s.u. *lams.
In piemontese si ha la voce rank 'zoppo, sciancato', che non ho riscontrato nel
peveragnese.
243
FEW, cit., s.u. *wranks.
242

100

�III.5 - PARTICOLARI COSTRUTTIVI DELLA CASA

I Germani impararono dai Romani la costruzione delle case in
muratura. Il vocabolario germanico in questo settore è infatti ricco di
componenti latine. Tuttavia i Germani introdussero, nelle terre di conquista,
nuove tecniche edilizie e una delle innovazioni da loro apportate nella
costruzione della casa è rappresentata dalle strutture lignee che si
inseriscono in quelle, già esistenti, della casa romana in pietra.244

lòbia, s.f. 'ballatoio in legno'
Si può risalire a una voce germ. *laub-jōn 'fogliame, fronde, frasche'
confrontabile con ata. louba, atm. loube, ted. Laube 'pergola', btm. love(ne),
ol.m. loive, loyfe(n); il passaggio semantico testimonia che, originariamente,
si trattava di un riparo dagli agenti atmosferici costruito con foglie.
Il significato di 'foglie, frasche' dalla radice germ. *lauba- è continuato in
molte lingue germaniche: ata. loub, atm. loup, ted. Laub, sass.a. lōf, got.
nord.a. lauf, ags. lēaf, ingl. leaf, fris.a. lāf. Con Laub si indica il foraggio che
viene strappato dagli animali per essere mangiato; la voce potrebbe quindi
collegarsi a una radice ie. *leup- 'staccare' (cfr. per es. lit. lūpti, 'sbucciare,
sgusciare') o *leubh- 'strappare' (cfr. per es. gr. olouphō, 'io strappo').
Dal germanico derivano anche le voci italiane lubbione 'loggione di teatro',
italianizzazione del lombardo lobbión, lobión, e loggia per il tramite del
francese loge.

244

V. GRAZI, op. cit., pag. 52.
101

�Le varie voci dialettali italiane, dunque anche le forme piemontese e
peveragnese, potrebbero essere di derivazione longobarda in quanto laubia
è attestato sovente in documenti della latinità longobarda.245

lata, s.f. 'travicello del tetto'
ata. latto, latta, lazza, ted. Latte 'assicella, asta', atm. lat(t)e, sass.a. latta,
ags. lœtt, ingl. lath 'assicella, stecca', per cui si può ricostruire un germ. *lattō
'asse, asta'. La forma può essere confrontata con altre lingue non
germaniche, come irl.a. slat, cimrico llath 'verga' , per cui si è ipotizzata una
radice ie. *lat-, *slat-.
Ampia è inoltre la diffusione in area romanza; cfr. it. latta, fr. latte, prov. lata,
sp. e port. lata. Il termine, forse di origine franca,246 potrebbe essere
penetrato nel latino medievale latta 'assicella' a causa dell’importante ruolo
che le travi assumevano nella costruzione delle case di legno dei germani.247

listèl, s.m. 'travicello, listarella di legno'
Cfr. ata līsta 'striscia', ted. Leiste 'lista, listello, modanatura', atm. līste, btm.
liste, ol.m. lijst(e) nord.a. lísta, ags. līste &lt; germ. *leistō 'lista', ricollegabile a
una forma ie. *leis- 'solco, scanalatura'.
La voce è penetrata in italiano e nei dialetti italiani direttamente dal
longobardo.248

245

FEW, cit., s.u. laubja.
DEI, cit., s.u. latta.
247
GRAND ROBERT, cit., vol. VI, s.u. latte.
248
F. KLUGE, op. cit., s.u. Liste.
246

102

�Listèl, formato con suffisso –el, è diminutivo di lista. Quest’ultimo termine ha
mantenuto in peveragnese il significato originario di 'striscia, fila'.

scur, s.m. usato per lo più al plurale 'imposte per chiudere le finestre'
ata. scūra 'riparo, protezione', atm. schūr, ted. Schauer 'tettoia, capannone',
ted. reg. Scheuer, Scheune 'granaio, fienile', sass.a. skūr, isl. skúrr, sved.
skur &lt; germ. *skūra 'riparo'.
Si può risalire a una radice ie. *skeu-, *skū- 'coprire', confrontabile per es.
con sanscr. skunāti, skunōti, skāuti 'coperto' e lat. obscūrus 'scuro'.
Per la parola peveragnese, comune al piemontese249 e molto diffusa nei
dialetti settentrionali italiani (cfr. per esempio mil. scur 'imposte che servono
a chiudere finestre, balconi'), si può presupporre una derivazione dal
longobardo *skūr.250 Il valore originario di 'luogo coperto, rifugio, protezione' è
passato a indicare la struttura di legno che protegge l’interno della casa e
che impedisce quindi agli agenti atmosferici di penetrare nella stanza.
L’attribuzione di un’origine longobarda si basa sia sulla diffusione areale del
termine nei dialetti italiani settentrionali, sia sul fatto che, come anticipato
all’inizio di questo capitolo, furono proprio i Longobardi a introdurre elementi
lignei innovativi nella costruzione della casa romana in pietra (cfr. anche it.
scranna e scaffale).251
Cfr anche it. scuro, soprattutto usato al plurale gli scuri.

249

G. GAVUZZI, Vocabolario piemontese-italiano, L. Roux e C. Editori, Torino –
Roma, 1891, s.u. scur.
250
RG, cit., IV, 60 e V. GRAZI, op. cit., pag. 52.
251
P. Scardigli annovera questi termini in una lista di tecnicismi longobardi, parole
cioè che sono entrate a designare attrezzature nuove per i romani o particolari tipi di
oggetti già conosciuti dai romani, ma reintrodotti con caratteristiche nuove e diverse
dai longobardi. Cfr. G. SCARDIGLI, op. cit., pag. 285.
103

�trapa, s.f. 'botola, grossa apertura in un solaio'
Cfr. ags. treppe 'trappola', ingl. trap, ol.m. trappe 'laccio, trappola', bt. or.
treppe 'gradino di una scala', bt. occ. trappe, ted. Treppe 'scala', forse
riconducibili ad una radice ie. *dreb- 'calpestare, correre'.
Trapa, in peveragnese, ha due diversi significati: quello di 'trappola'252 e
quello di 'botola'. Probabilmente questo ampliamento semantico si era già
verificato nel germanico trappa, voce franca, da cui deriva il prov. trappa,
penetrato in seguito nel nostro dialetto. Con l’accezione di 'botola', si
possono

confrontare fr.m. trappa

'porta

posata orizzontalmente

su

un’apertura a livello del suolo, chiusura a coulisse', fr. trappe 'botola, covo o
tana di lupo, finestra scorrevole, coperchio'.
Nella parlata di Blins (Bellino - CN in Val Varaita) trapoun significa 'botola' e
per estensione le eventuali scale che portano da un vano all’altro.253 Si tratta
probabilmente dello stesso ampliamento semantico per cui oggi in tedesco
Treppe vuol dire 'scala'.

lociā, v. intr. 'vacillare, essere instabile'
Dal francese antico lochier 'scuotere, agitare', di probabile origine germanica
(dal franco *luggi 'malfermo, traballante').254
Cfr. ata luggi, lukki, atm. lücke &lt; germ. *lugja, *lugjaz 'bugiardo' &lt; ie. *leugh'mentire'. Ci sarebbe stato quindi un passaggio semantico da un senso
morale a uno materiale.

252

Vedere capitolo III.1.
G. BERNARD, Lou Saber. Dizionario Enciclopedico dell’occitano di Blins,
Edizioni Ousitanio Vivo, Venasca, 1996, s.u. trapoun.
254
FEW, cit., s.u. lukki e LAROUSSE, cit. s.u. locher.
253

104

�III.6 - TERMINOLOGIA CULINARIA

Nell’ambito della terminologia culinaria troviamo parole che
indicano piatti o modi di cucinare che dovevano essere ignoti alla tradizione
romana.

brœ, s.m. 'brodo'
ata. brod, ted. Brühe (&lt; ted. brühen 'trattare con acqua bollente, scottare'),
ags. broÞ, ingl. broth, isl. brodh &lt; germ. broþam 'brodo'. Si può risalire ad
una radice ie. *bhrŭ- 'bollire, fermentare' che compare in germanico anche
nei verbi ted. brauen 'fabbricare birra', ingl. brew 'mescolare liquidi,
fermentare' e nei sostantivi ted. Brot 'pane', ingl. bread e ha riscontro nel gr.
phréar 'fonte' e nel lat. fervĕre 'bollire, fermentare'.
Si presuppone per l’it. brodo e per le voci dialettali corrispondenti un’origine
dal longobardo *brod. Il termine è penetrato nelle lingue romanze in quanto
designava uno dei piatti più importanti del pasto germanico, sconosciuto
invece ai romani, che adottandone il consumo, ne hanno anche acquisito il
nome.255

supa, s.f. 'minestra fatta di pane, pane inzuppato nel brodo o nel caffelatte'
Si può risalire ad un germanico *suppa, da cui ha avuto origine il latino tardo
suppa &gt; it. zuppa, prov., sp. sopa, fr.a. soupe (da cui ingl. soup e ted.
Suppe), fr. soupe.256

255
256

FEW, cit., s.u. *brod.
G. SCARDIGLI – T. GERVASI, op. cit., s.u. soup–Suppe.
105

�Si ricostruisce una radice verbale ie. sūp- 'sorbire' &gt; germ. sūpan &gt; ata.
sūfan, ags. sūpan, ted. saufen 'bere smodatamente (detto di animali)', ingl.
sup 'bere a piccoli sorsi', fris.a. sūpa, ol. zuipen, norr. sūpa, norv. supe, sved.
supa.257
Il germanico *suppa designava una specie di 'zuppa di pane immerso in un
liquido caldo',258 che rappresentava probabilmente una novità per i romani.
L’occlusiva labiale sorda, riscontrabile nelle forme romanze, permette di
propendere per una probabile origine gotica.259
In peveragnese questo termine ha assunto anche un significato figurato di
'quantità esagerata', in genere riferito a denaro col senso di 'conto salato'.

brous, s.m. 'cacio piccante'
Il termine potrebbe derivare dal latino med. brocius260 per il quale
Gamillscheg propone un’origine dal gotico *brukja 'pezzo, boccone' (cfr. got.
ga-bruka), riconducibile a una radice ie. *bhreg- 'rompere'.261
Cfr. prov.a. broussa 'latte cagliata', prov. brousso 'grumo di formaggio', cat.
brossós 'che è cagliato'.262

257

G. SCARDIGLI – T. GERVASI, op. cit., s.u. sup-saufen.
FEW, cit., s.u. *sŭppa.
259
Secondo il DELI, dalla forma longobarda corrispondente *supfa deriva il toscano
zuffa 'polenta liquida'. Cfr. DELI, cit., s.u. zuppa.
260
FEW, cit., s.u. *brŭkja.
261
RG, cit. III, 36.
262
FEW, cit., s.u. *brŭkja.
258

106

�sancraou, s.m. 'piatto di cavoli cucinati con aceto'
Adattamento dal ted. Sauerkraut.
Si tratta di un prestito recente. Il tipico piatto della tradizione tedesca è
diventato specialità alsaziana a partire dal diciottesimo secolo, grazie agli
scambi di confine: cfr. fr. choucroute.263 Sotto diverse forme dialettali la
parola è poi migrata nel sud della Francia e da qui probabilmente in Italia.

brandā, v. intr. 'bruciare ardentemente'
branda, s.f. 'grappa'
Dalla radice verbale germanica *brenn- 'bruciare' si ricostruisce un
germanico *branda- 'incendio, fuoco' &gt; ata. brant, sass.a., fris.a. brand, ags.
brand, ol. brand, nord.a. brandr 'pezzo di legno incandescente', norv., dan.,
sved. brand, ted. mod. Brand 'incendio, fuoco', ingl. brand 'tizzone, marchio
(a fuoco)'. Si può forse collegare alla radice ie. *guher- 'bruciare' riscontrabile
in sanscr. ghrnoti 'ardere, bruciare' e gr. théromai 'mi scaldo'.
Probabilmente i dialetti italiani (piem. brandè, gen. brandâ, mil. brandiná)
hanno acquisito questo verbo per il tramite del long. brand- 'alare' che
indicava forse una novità nel fare e mantenere il fuoco.264
Dalla stesa radice derivano anche l’italiano brando 'spada di grosse
dimensioni' (in senso figurato per la lucentezza dell’arma) e brandire
'impugnare con forza un’arma'.
Branda 'grappa' è invece parte del composto brandvin, letteralmente 'vino
che brucia', cioè distillato.265 Cfr. ted. Branntwein e ingl. brandy.

263

FEW, cit. s.u. Sauerkraut.
P. SCARDIGLI, op. cit., pag. 283.
265
A. LEVI, op. cit., s.u. branda.
264

107

�brouā, v. tr. 'lessare'
Da una voce germ. *brōjan 'immergere nell’acqua calda' &gt; atm. brüejen,
brüen, btm. broien, brogen, ol.m. broeien, ted. brühen. 'trattare con acqua
bollente, scottare' per la quale si può risalire alla radice ie. *bherw-, bhreu'bollire, lessare'.
Il termine peveragnese, comune al piemontese bruè, trova corrispondenze in
molti dialetti dell’Italia settentrionale. Proprio la diffusione geografica fa
pensare a una possibile origine dal longobardo *breowan 'far bollire,
fermentare'. Cfr. mil. brovà 'rifar le carni, bollire, lessare' e il derivato
brovadúra 'broda di cavoli', bresc. broà, broadura, cremasco brouvadura
'acqua di cottura'.266
In italiano si ritrova anche la voce brovare 'inumidire la seta col vapore',
termine dei setaioli lombardi.267

rustì, agg. 'arrostito, malaticcio, deperito'
rustia, s.f. 'pane abbrustolito, spalmato di burro o marmellata'
Si può risalire a un germ. *raustjan 'arrostire' &gt; ata. rosten, ted. rösten, verbo
formato sul sostantivo rost (&gt; ted. Rost 'graticola'), confrontabile con sass.a.
rost, ol.m. roost. L’etimo è ignoto. Scardigli si chiede se non ci possa essere
un rapporto con il verbo roar per il rumore caratteristico della carne che viene
arrostita.268

266

V. GRAZI, op. cit. pag. 54.
DEI, cit., s.u. brovare.
268
G. SCARDIGLI – T. GERVASI, op. cit., s.u. roast-rösten.
267

108

�La voce dialettale è mutuata dal francese antico rostir &lt; franco *raustjan,
come pure l’italiano arrostire.
In peveragnese non esiste, o forse non esiste più, un verbo specifico che
corrisponda ad 'arrostire', ma si utilizza l’espressione fā arost 'fare arrosto'. Si
usano invece comunemente l’aggettivo rustì, che sopravvive però solo col
senso figurato di 'malaticcio, rachitico' riferito sia a persone sia ad animali,269
e il sostantivo rustìa, letteralmente 'arrostita', che sta a indicare un crostino
abbrustolito e generalmente spalmato di burro o marmellata. Il sostantivo ha
inoltre un significato metaforico di 'gran quantità di botte', oppure 'gran carico
di debiti.'270

braza. s.f. 'brace'
Da una voce germ *brasa 'carbone incandescente', cfr. nord.a. brass, norv.
bras 'fuoco crepitante', sved. bras, feringio brasa 'arrostire', dan. brase
'bruciare, sfavillare'.
La voce è penetrata ben presto nel latino volgare *brasja,271 probabilmente
dal gotico ed è presente in tutta l’area romanza a eccezione del romeno: cfr.
cat., sp. brasa, port. braza, it. brace che è però adattamento dei dialetti
settentrionali.
L’antichità della parola è attestata da una glossa brasas: carbones. 272

269

In particolare si usa l’espressione chat rustì, letteralmente 'gatto arrostito' nel
senso di spelacchiato, mezzo morto.
270
Questi significati si possono forse spiegare con un passaggio 'spalmare il pane' &gt;
'(spalmare) una grande quantità di botte o di debiti'.
271
G. BERTONI, op. cit. pag. 94.
272
Corpus Glossariorum Latinorum, ed. G. Göts, Leipzig, 1888-1901, CGL 3, 598,
op. cit. da FEW, cit., s.u. *bras-.
109

�I termini che seguono hanno una connotazione dispregiativa;
testimoniano un certo disdegno dei romani verso le abitudini piuttosto rozze
di mangiare e bere dei germani ed evidenziano la differenza di costumi e
usanze tra le due popolazioni.

sbalafrā, v. tr. 'mangiare avidamente'
ata. leffur, lefs, atm. lefs(e), sass.a. lepor, ted. Lefze 'labbro' &lt; germ. *lepura,
*lepuraz 'labbro' da una radice ie. *lēb 'pendere flosciamente' (confrontabile
per es. con lat. labium).
La parola si compone di s (rafforzativo) + ba &lt; bis prefisso di etimo incerto
che, premesso ad aggettivi o verbi, ha valore genericamente peggiorativo e
di un sostantivo derivante da una possibile forma longobarda *leffur che si
può confrontare con ata. leffur 'labbro'.273
In peveragnese il verbo ha conservato un significato spregiativo e si usa per
evidenziare un modo grossolano di 'mangiare avidamente fino a svuotare il
piatto'.

trincā, v. tr. 'bere smodatamente'
Si risale a una voce germanica comune *drenk-a 'bere': got. drigkan; ata.
trinkan, ted. trinken, sass. a. drinkan, ags. drincan, ingl. drink, fris. a. drinka,
ol. drinken, norr. drekka, dan. drikke, sved. dricka.
L’origine del verbo germanico è ignota; è stato ipotizzato un collegamento

273

FEW, cit., s.u. leffur.
110

�con la radice ie. *dhreg- 'tirare, scivolare, sfiorare', ma l’etimologia non è
stata chiarita.274
La voce dialettale, così come l’it. trincare, deriva dal long. *trinkan.

bërlicā, v. tr. 'leccare'
Composto di ber (bis) e di una voce verbale di probabile origine
germanica.275
Cfr. ata. leckōn, lecc(h)ōn, atm. lecken, ted. lecken, sass.a. likkon, ags.
liccian, ingl. lick, ol. likken &lt; germ. *likk-ō- 'leccare' &lt; ie. *leigh- 'leccare' (cfr.
per es. gr. leichō 'lecco'). Cfr. anche got. bi-laigōn.
Gli studiosi hanno ancora dubbi sulla derivazione della parola, che potrebbe
essere da lat. *ligicāre &lt; lingěre.276
Ammettendo l’origine germanica del termine, la derivazione sarebbe dal
longobardo.

274

G. KÖBLER, op. cit. s.u. drigkan e F. KLUGE, op. cit. s.u. trinken.
A. LEVI, op. cit., s.u. berliché.
276
FEW, cit., s.u. lekkon. DEI, cit., s.u. leccare, non esclude che la voce sia passata
al germanico dal romanzo dove *lēccāre potrebbe anche essere un adattamento dal
greco leichō.
275

111

�III.7 – MANUFATTI TESSILI E LAVORAZIONE DEI
TESSUTI

faoudàl, s.m. 'grembiule da lavoro'
faoudā, s.f. 'grembialata'
foudìl, s.m. 'grembiule da cucina'
foudilèt, s.m. 'grembiule senza pettorina'
fàouda, s.f. 'grembo'

Si può risalire a una voce germanica *falda 'lembo, piega del vestito' &gt; ata.
fald, ted. Falte 'piega', nord.a. faldr, ingl. fold 'piega', confrontabile con la
radice ie. *pel- 'ripiegare'.
Il termine è molto diffuso in area romanza (cfr. it. falda, sp. falda, halda, port.
fralda, prov. falda, fauda): il che, insieme al mantenimento dell’occlusiva
sonora -d fa pensare a un’origine gotica.277
Per quanto riguarda il Piemonte, si deve notare che, salvo pochissime
eccezioni, tutte le designazioni dialettali di 'grembiule' sono di derivazione
germanica. Esse risalgono tuttavia a due ben distinte basi etimologiche e
queste, a loro volta, si riferiscono a due fasi storiche successive.
Mentre il Piemonte orientale conserva infatti le forme che derivano dal
longobardo *skauz 'grembo',278 nel Piemonte occidentale sono rimasti i

277

G. BERTONI, op. cit. pag. 114 e FEW, cit., s.u. *falda.
Cfr. A. LEVI, op. cit., s.u. scos, scusál e V. DI SANT’ALBINO, op. cit., s.u. scôss,
scossal.
278

112

�discendenti del franco falda.279 Quest’ultimo tipo lessicale si è anzi imposto,
evidentemente a seguito della disfatta dei longobardi a opera dei Franchi di
Carlo Magno nella battaglia delle Chiuse (773), anche nella pianura
piemontese, occupando così l’intero Piemonte centrale.280
Nel peveragnese il termine ha sviluppato due forme, a seconda di un uso
settoriale specifico: faoudàl indica un grembiulaccio grezzo, in genere
utilizzato per lavori pesanti e sporchi, mentre foudìl e il suo diminutivo foudilèt
si riferiscono esclusivamente al grembiule da cucina. Foudilèt, in particolare,
è il grembiule senza pettorina.
Il passaggio semantico da grembiule a grembo è comune a tutta l’area
romanza. In peveragnese si ha l’espressione ën fàouda 'sulle ginocchia'.

cota, s.f. 'gonna, vestito, abito talare'
coutìn, s.m. 'sottana'
ata. Koz(zo), kott, sass.a. kot, kottos 'mantello di lana' &lt; germ. *kuttan
'indumento di lana grezza'. Cfr. la forma regionale del ted. Kotze.
Dal franco *kotta 'indumento di lana grezza' è poi derivata la forma latino
medievale cotta, che ha dato origine al fr. cotte, it. cotta, piem. cota, cat.
cota, sp. e pg. cota ed è presente come prestito nell’ingl. coat 'soprabito,
cappotto' e nel ted. Kutte 'tonaca'.

279

Cfr. A. LEVI, op. cit., s.u. fauda, faudál e V. DI SANT’ALBINO, op. cit., s.u. faoda,
faodal.
280
T. TELMON, a cura di A. Sobrero, Piemonte e Valle d’Aosta, Profili linguistici
delle regioni, Editori Laterza, Roma-Bari, 2001, pag. 51.
113

�Il termine ha subito un’evoluzione semantica che trova corrispondenza
nell’uso che si è fatto di tale indumento nelle diverse epoche storiche, a
seconda della moda del tempo. Probabilmente in origine era un termine in
qualche modo legato alla sfera militare e designava la 'sopravveste del
guerriero', forse innovazione introdotta dai Franchi; nel Medioevo si riferiva a
un abito lungo fino alle ginocchia indossato sia dagli uomini sia dalle donne,
nel Rinascimento diventa abito prettamente femminile e assume poi una
connotazione specifica in campo ecclesiastico.281

gàida, s.f. 'gherone,282 toppa, pezzo di stoffa'
long. gaida, ags. gâd 'punta', ingl. goad 'pungolo' &lt; germ. *gaidō 'lancia,
punta' &lt; i.e. *ghei- 'muovere' (cfr. per es. sanscr. hinōti, hínvati, hayati
'avviato, lanciato').
La parola è attestata nell’Editto di Rotari.
Roth 224 - De manomissionibus. Si quis servum suum proprium aut ancillam
suam liberos dimittere voluerit, sit licentia, qualiter ei placuerit. Nam qui
fulcfree et a se extraneum, id est amund, facere voluerit, sic debit facere.
Tradat eum prius in manu alteri homines liberi et per gairethinx ipsum
confirmit; et ille secondus tradat in tertium in eodem modo, et tertius in
quartum. Et ipse quartus ducat in quadrubium et thingit in gaida et gisil, et sic
dicat: de quattuor vias, ubi volueris ambulare, liberam habeas potestatem. Si
sic factum fuerit, tunc erit amund, et ei manit certa libertas: postea nullam

281

Cfr. FEW, cit., s.u. *kotta.
Anche il termine italiano gherone deriva da un germanico *gairo 'punta del
giavellotto' e ha assunto, per metafora, il significato di 'lembo di stoffa'.
282

114

�repetitionem patronus adversus ipsum aut filiûs eius habeat potestatem
requirendi.
Et si sine heredes legetimûs ipse, qui amund factus est, mortuus fuerit, curtis
regia illi succidat, nem non patronus aut heredes patroni.

Sulle manomissioni. Se qualcuno vuole lasciare libero un proprio servo o una
propria serva, gli sia consentito fare come gli piace. Chi vuole farlo fulcfree
(libero) e indipendente da sé, cioè haamund, deve fare così: lo consegni
prima nelle mani di un altro uomo libero e lo confermi tramite gairethinx (atto
giuridico compiuto davanti all’assemblea) e il secondo lo consegni ad un
terzo allo stesso modo e il terzo lo consegni ad un quarto. E il quarto lo
conduca ad un quadrivio e gli doni una gaida e un gisil e dica così: “Per
queste quattro vie hai libera facoltà di andare dove vuoi”. Se si fa così allora
sarà haamund e a lui spetterà una libertà certa; in seguito il patrono non
abbia facoltà di avanzare alcuna rivendicazione contro di lui o contro i suoi
figli. Se colui che è stato fatto haamund muore senza eredi legittimi, gli
succeda la corte del re, ma non il patrono o gli eredi del patrono.

La formula in gaida et gisil pare potersi tradurre 'con il bastone e con la
freccia' e starebbe a significare che al servo in procinto di essere affrancato
vengono consegnati due oggetti caratteristici dell’uomo libero, come simbolo
della sua nuova condizione. Forte è comunque l’elemento allitterante che

115

�tende a prevalere sul significato letterale.283
Nel dialetto peveragnese, come in piemontese, gaida indica un pezzo di
stoffa di forma triangolare che ricorda quindi la forma appuntita della lancia;
veniva utilizzato, soprattutto in passato, per allungare i pantaloni o le
maniche delle camicie.
Oltre che nel Piemonte, il vocabolo, col significato di 'punta, pezzo di vestito',
si ritrova in altri dialetti settentrionali: parm. gajda, crem., mil, gheda, vicent.,
padov. gaia, gagia.284 L’area di diffusione di gaida abbraccia dunque l’intera
Italia settentrionale e passando l’Emilia lungo il pendio nord degli Appennini,
giunge fino nel territorio abruzzese (gadie) e da lì, in evidente forma di
prestito, fino a Napoli (gaina).285

La parola longobarda si è affermata in Italia nel suo significato metaforico
'punta di sfoffa' e non in quello originario 'punta di arma e di strumento'.286
Ma la parola ha assunto anche un impiego geonomastico e, nell’accezione di
'punta di terra, cuneo', sembra essere proseguita da alcuni toponimi:287 Gheit
ne è un esempio in provincia di Cuneo.288

283

C. AZZARRA – S. GASPARRI, op. cit., pagg. 64 e 65. Scardigli annovera la
parola gaida, insieme a gairo-, tra i termini penetrati nell’italiano e nei suoi dialetti
per la “via autoritario-dimostrativa” essendo termine tecnico indicante
originariamente la 'punta (di lancia)', importante simbolo del diritto longobardo. Cfr.
P. SCARDIGLI, op. cit., pag. 281.
284
G. BERTONI, op. cit., pag. 122.
285
RG, cit., IV, 52.
286
Gaida e *gairo che significano propriamente 'punta di freccia' nelle lingue
germaniche, sono usate nei riflessi italiani come metafore applicate nella sfera della
confezione degli abiti. Il che sta a indicare che il processo metaforico non è una
evoluzione semantica del prestito successivamente al suo ambientamento, ma che
esso doveva già essere stato realizzato all’interno del longobardo stesso. Cfr. C.A.
MASTRELLI, La terminologia longobarda dei manufatti, cit., pag. 259.
287
C.A. MASTRELLI et alii, I Longobardi e la Lombardia, Milano, Palazzo Reale,
1978, pag. 39.
288
RG, cit., IV, 52.
116

�pata, s.f. 'pezzo di stoffa per impacchi, cencio, pannolino'
patanha, s.f. 'benda'
ëmpatanhā, v.tr. 'bendare, fasciare'
dëspatanhā, v. tr. 'sbendare'
got. paida, ata. pfeit, pheit, sass.a. pēda, ags. pād &lt; germ. *paidō 'gonna,
camicia', da una radice ie. *baitā 'pelle di capra, gonna'.
Come ho spiegato per il derivato pataràs 'fiocco di neve',289 il solo criterio
fonologico non aiuta a stabilire quale sia stata la lingua germanica di
derivazione. L’occlusiva sorda –t farebbe propendere infatti per un’origine
longobarda, non confermata dall’esito della labiale. È necessario quindi
cercare un’eventuale conferma nell’ambito culturale. Si può notare allora che
presso i Longobardi acquistano un’importanza rilevante la lavorazione dei
tessuti e le attività di cucito e sartoria e che proprio i Longobardi hanno
introdotto nuove tecniche di lavorazione e preparazione degli indumenti.290 È
quindi probabile che pata sia di origine longobarda.
Dal sostantivo base sono derivati nel dialetto peveragnese moltissimi termini
che si riferiscono a fasciature e bendaggi.

binda, s.f. 'benda, fascia'
bindā, v. tr. 'bendare'
bindèl, s.m. 'nastro, fettuccia'
ata. binta, ted. Binde, cfr. got. bindan, ata. bintan, atm binden, ted. binden
'legare', sass.a. bindan, nord.a. binda, ags. bindan, ingl. bind 'legare', fris.a.

289
290

Cfr. la voce pataràs al cap. III.2.
V. GRAZI, op. cit., pag. 53.
117

�binda dal germ. *bend-a- &lt; ie. *bhendh- 'legare' (cfr. per es. sanscr. badhnāti
'legato').
Il termine è molto diffuso in area galloromanza e probabilmente è stato
acquisito già dal latino medievale, perché i Germani usavano pelli animali
come mezzo di scambio nei commerci con i Romani, al posto della
moneta.291 La conservazione dell’occlusiva sonora –d e la diffusione areale,
cfr. prov. benda, fr.a. bende, fr. bande, spagn. venda, lasciano supporre
un’origine gotica.292

fodra, s.f. 'fodera'
germ. *fōdra- 'fodera, fodero, guaina'293 &gt; got. fōdr 'fodero, guaina', ata.
fuotar 'rivestimento, copertura', atm. vuoter 'fodero, custodia', nord.a. fōdr,
ags. fōdder, franco fōder.
Originariamente indicava il 'fodero della spada' che probabilmente fu
un’innovazione introdotta dai soldati germanici. Le voci italiane fodero, fodera
e le corrispondenti dialettali sono di origine gotica.

staquèt, s.m. 'laccio delle scarpe, nastro'
staca, s.f. 'laccio, corda', fig. 'impegno gravoso'
Si può confrontare con ata. stah(ha), ags. staca &lt; germ. *staka, *stakan
'stanga, palo' &lt; ie. *steg- 'palo' (cfr. per es. lett. stēga 'lunga stanga').

291

FEW, cit., s.u. *bindō.
Il DEI, cit., s.u. benda suppone che si trattasse di un termine tecnico diffuso in
origine dai soldati germani e riporta il lat. med. bindae, 'fasciae' ritrovato in un
glossario sassone.
293
Sembrerebbe che in germanico siano esistiti due vocaboli d’origine diversa e
omonimi: uno con significato 'fodero, copertura', l’altro 'foraggio'. Cfr. it. fodro. Vedi
F. KLUGE, op. cit., s.u. Futter1, Futter2 e G. BERTONI, op. cit., pag. 118.
292

118

�Dal sostantivo sarebbe poi derivata una forma verbale con un senso
originario di 'legare a un palo' diventato poi 'legare' in generale.294 Con
questo passaggio semantico si spiega, a mio parere, l’origine del
peveragnese staquèt 'piccoli legacci'. La derivazione della voce peveragnese
si può forse attribuire a un long. *stahha.295
Sempre il significato di 'legare', con senso di 'obbligare, costringere', ha dato
probabilmente origine al significato figurato di staca 'impegno gravoso'.

taca, s.f. 'segno, macchia (in particolare di umidità), tacca'
tacoùn, s.m. 'rappezzo, toppa'
tacounā, v. tr. 'rattoppare, rammendare'
tacounà, agg. 'rattoppato'
Si può risalire a una voce germanica *taikna- 'segno, apparizione' &gt; got.
taikn, nord.a. teikn, ata zeihhan, ted. Zeichen, atm. zeichen, sass.a. tēkan,
ags. tācn-, fris.a. tēken, da una radice ie. *dei- 'splendere, apparire' (cfr. per
es. sanscr. dīdeti 'che splende', gr. déato 'che splendeva', déelos 'visibile').
Generalmente per la voce italiana tacca e le corrispondenti forme dialettali si
accetta la derivazione dal got. *taikka.296
In peveragnese il significato di 'rappezzo toppa' è probabilmente da
intendersi come 'aggiunta che macchia l’integrità del vestito'.

294

FEW, cit., s.u. *stakka.
G. BERTONI, op. cit., pag. 199. Il FEW, cit., s.u. *stakka, attribuisce invece al
termine un’origine gotica.
296
G. BERTONI, op. cit., pag. 205; DEI, cit., s.u. tacca; DELI, cit., s.u. tacca.
Proposte diverse sono state suggerite da F. DIEZ, op. cit., s.u. tacco, che ipotizza
una radice Tac, e da A. PRATI, Vocabolario etimologico italiano, Garzanti, Torino,
1951, s.u. tacca, che ritiene la voce come onomatopea imitativa dell’intaccare col
coltello.
295

119

�rista, s.f. 'canapa pettinata'
Cfr. ata. rīsta, atm. rīste, ted. Reiste 'fascio di lino', forse da una voce
germanica *hrisjan 'scuotere, scrollare', ricollegabile alla radice ie. *skreis'girare, piegare, muovere'.
È ricostruibile una forma longobarda *rista 'ciuffo di lino', che non ha lasciato
però molte tracce: piem. rista, com. rista 'mazzo, fastello', Canton Ticino rista
'canapa macerata.297

vindou, s.m. 'arcolaio'
Si collega ad un verbo germanico comune: *wend-a 'torcere, attorcigliare,
intrecciare': got. –windan (biwindan, uswindan), ata. wintan, atm. winden,
ted. winden, ags. windan, sass.a. windan, fris. a. winda, ol. winde, norr.
vinda, dan. vinde, sved. vinda, formato dalla radice ie. *wendh- 'girare,
intrecciare' (cfr. per es. sanscr. vandhúra 'carrozzella di vimini').
Cfr. ted. Winde 'argano' e Garnwinde 'aspo'.
La voce è presente in italiano come guindolo, bindolo e (ag)ghindare e, in
forme diverse, nei dialetti dell’Italia settentrionale (ghindola, ghendola in
provincia di Bergamo) e meridionale (vínnilo, vínolo in provincia di Foggia,
nínnulu, vénnulu in provincia di Reggio Calabria);298 per la sua diffusione si
può presupporre un’origine longobarda.

297
298

V. GRAZI, op. cit., pag. 53.
G. BERTONI, op. cit., pag. 257.
120

�brodā, v. tr. 'ricamare'
Si può ricostruire una forma germ. *bruzdan.
La voce non è attestata da alcuna lingua germanica, ma è alquanto diffusa
nell’area galloromanza.
L’origine resta incerta; il termine potrebbe essere penetrato nel latino
medievale brostare, oppure potrebbero esserci derivazioni dalle diverse
lingue germaniche: it. brustare &lt; long. *brustan, fr. broder &lt; franco brozdōn,
cat. brodar, pg.a. broslar, sp. bordar &lt; got. *bruzdōn.299
Le voci piemontese e peveragnese derivano dal francese broder, così come
ted. brodieren, ol. borduren, ingl. (em)broider, norv. brodere.

croquèt, s.m. 'uncinetto, gancetto'
Si può confrontare con germ. *krok 'uncino'.
Diminutivo di croc 'gancio',300 è probabilmente voce di origine franca; il
significato diminutivo di 'piccolo gancio' è diventato secondario e il termine è
passato a indicare comunemente il lavoro di ricamo, realizzato con i piccoli
ferri (ganci).

299
300

FEW, cit., s.u. *bruzdan e DEI, cit., s.u. brustare.
Vedi capitolo III.4 alla voce croc.
121

�III.8 - VARIE

guèrs, agg. 'storto, sghembo, obliquo'
got. þwairhs 'irato, in collera', ata. dwerh, twerch, ted. zwerch- (prefisso) e
quer 'obliquo, storto', norr. þverr 'trasversale, storto', ags. þweorh 'sbagliato',
ingl. thwarth 'attraverso, trasversalmente', ol. dwars &lt; germ. þwerha
'trasversale, obliquo' &lt; ie. twerk- 'girare' (forse confrontabile con lat.
torquēre).
L’origine della parola dialettale, come dell’it. guercio, è gotica.301 Bisogna
però notare che in italiano il vocabolo ha assunto due significati: 'privo di un
occhio', usato specialmente nel nord; e 'losco'. In peveragnese non ha
nessuno di questi valori metaforici.

vère, avv., agg. 'poco', avv. 'quanto'
Si può risalire a una forma germ. *waigaro 'molto': cfr. ata. weigiro 'forte,
molto', atm. unweiger 'non molto'.
Migliorini attribuisce un’origine franca certa all’it. guari.302 Credo si possa dire
lo stesso per le forme dialettali piem. vaire e peveragnese vère, dove però
rispetto all’italiano, la fricativa sonora in posizione iniziale ha conservato
probabilmente un suono più fedele alla pronuncia bilabiale della semivocale
germanica –w.303

301

Cfr. B. MIGLIORINI, op. cit., pag. 77. La diffusione geografica del termine
(presente nello spagnolo antico, nella Francia meridionale, nel catalano) conferma
tale origine.
302
B. MIGLIORINI, op. cit., pag. 81.
303
Cfr. anche pev. vanhā e varī al cap. III.3.
122

�L’uso abituale soltanto in frasi negative ha probabilmente portato col tempo a
un

passaggio

di

significato

'molto'

&gt;

'non

molto'

&gt;

'poco'.

Nel

francoprovenzale e nel piemontese più occidentale, verso le valli occitane,
quindi anche in peveragnese, l’avverbio ha assunto inoltre valore
interrogativo e relativo per indicare quantità.304

schuma, s.f. 'schiuma'
ata scūm, atm. schūm, schoum, btm. schūm, ted. Schaum 'schiuma', ol.m.
sc(h)ume, norr. skūm, dan., sved. skum, ingl. scum 'schiuma' &lt; germ.
*skūma 'schiuma', forse riconducibile a una radice ie. *skeu- 'coprire, velare'
(cfr. per es. lat. obscūrus).
Il collegamento con la radice indoeuropea si può spiegare con il fatto che la
schiuma copre una superficie liquida.305
Probabilmente il termine *skūm indicava il sapone liquido, innovazione
introdotta dai germani e fu latinizzato in skuma sotto l’influsso della parola
latina corrispondente spuma.306
La parola potrebbe avere in italiano e nei dialetti italiani un’origine
longobarda.

baoudëtta, s.f. 'scampanio a festa'
got. balÞaba 'audacemente, 'ata. bald, atm. balde, ted. bald 'fra poco, subito,
presto', sass.a. bald, ags. beald, ingl. bald 'schietto' e bold 'audace,
coraggioso', ol. boud, norr. ballr, dan. bold, sved. bald &lt; germ. *balÞa

304

FEW, cit., s.u. *waigaro.
P. SCARDIGLI – T. GERVASI, op. cit., s.u. scum-Schaum.
306
FEW, cit., s.u. *skūm.
305

123

�'audace, ardito', forse ricollegabile a una radice ie. *bhel- 'gonfiare' (cfr. per
es. irl.a. balc 'forte, potente', cimrico balch 'audace').
L’aggettivo, che indica una delle caratteristiche tradizionalmente attribuite ai
popoli germanici, è diffuso anche in area romanza: it. baldo, fr.a. bald, baud,
prov.a. baut 'fiero', voci che derivano dal franco bald 'ardito fiero'.
Il peveragnese baoudëtta potrebbe essere composto dall’aggettivo,307
seguito da una desinenza vezzeggiativa -ëtta, e starebbe a sottolineare il
suono brillante e vigoroso delle campane a festa.308

galoubét, s.m. 'flauto provenzale'
Termine provenzale di probabile origine germanica: cfr. prov.a. galaubia
'magnificenza', galaubiar 'agire bene', galaubier agg. 'magnifico, grazioso',
riconducibili forse al got. *galaubei 'che ha valore, pregiato', *galaufs
'pregiato, pregevole'. Cfr. got. ga-laubjan 'credere', ata. ga-loub 'gradevole,
piacevole, che ispira fiducia' &lt; ie. *lewbh- 'desiderio, piacere'.
Lo strumento prenderebbe il nome da una forma *galaubar 'suonare bene'.309

307

Un probabile aggettivo *baud non esiste però come tale in peveragnese.
A. LEVI, op. cit., s.u. baudetta spiega invece il termine come diminutivo femminile
di Baldo, nome proprio dato a campana, ma mi sembra poco convincente.
309
FEW, cit., s.u. galaubei e GRAND ROBERT, cit., s.u. galoubet.
Nel corso dei secoli, gli scrittori provenzali hanno proposto, per questo vocabolo, le
etimologie più disparate e, a volte, fantasiose. Nel dizionario Lou Tresor dóu
Felibrige ou Dictionnaire Provençal – Français, s.u. galoubet, F. Mistral dice che lo
strumento prende il nome da un suonatore medievale, celebre per il suo talento
musicale. Galaubet sarebbe il diminutivo di Galaup, nome di famiglia di questo
personaggio. Questa ipotesi secondo me non è convincente, anche se non mi sento
in grado di escluderla del tutto perché Mistral è stato sicuramente la voce più
autorevole della cultura e della lingua provenzale.
Un’altra proposta attribuisce al nome dello strumento un etimo con valore iterativo
*galober 'saltare', motivato dal fatto che si danza al suono del galoubet. Cfr. GRAND
ROBERT, cit., s.u. galoubet.
308

124

�Si tratta di un flauto a tre buchi, costruito normalmente in legno di bosso,
palissandro o ebano, che sfrutta il principio degli armonici e viene suonato
con

la

mano

sinistra,

per

permettere

al

musicista

di

eseguire

contemporaneamente un accompagnamento ritmico, percuotendo con la
mano destra un altro strumento chiamato tambourin. Come tutti gli strumenti
tradizionali e popolari, la storia di questo flauto affonda le radici nella notte
dei tempi. Doveva essere uno strumento molto diffuso nel Medioevo in tutta
Europa, dal momento che in origine non apparteneva esclusivamente all’area
culturale provenzale. Si hanno numerose rappresentazione iconografiche
provenienti da Spagna, Italia, Francia del nord, Paesi Bassi, Fiandre, Austria,
Germania, le più antiche delle quali sono databili intorno al tredicesimo
secolo. Alcuni esemplari antichi di questo strumento sono conservati, ma
sono difficilmente databili.
Nel corso dei secoli, diversi nomi sono stati utilizzati per indicare questo tipo
di flauto; il più diffuso è senza dubbio galoubet, che però è attestato per la
prima volta solo nel 1723.310 Le notizie storiche non aiutano quindi a stabilire
con certezza quale sia l’origine etimologica della parola.
Lo strumento musicale e il termine che lo indica sono stati acquisiti a
Peveragno direttamente dalla cultura provenzale durante gli ultimi decenni,
grazie al risveglio della tradizione musicale occitana anche nelle valli italiane
e al conseguente diffondersi di gruppi musicali e scuole di strumenti
tradizionali.

310

Le notizie su questo strumento musicale sono tratte da M. GUIS, T.
LEFRANCOIS – R.VENTURE, Le galoubet-tambourin instrument traditionnel de
Provence, Edisud, Aix-en-Provence, 1993.
125

�CONCLUSIONI

Nelle pagine precedenti ho cercato di mettere in luce, delineando
rapporti formali e semantici, in che misura e sotto quali circostanze, per
alcune voci del dialetto di Peveragno, si possa stabilire una derivazione da
lingue germaniche. Le varie ipotesi sono state formulate attraverso
l’osservazione non solo di aspetti linguistici, ma anche di collegamenti
extralinguistici, che hanno reso la ricerca ancor più curiosa ed interessante.
A conclusione di questo lavoro, si possono fare alcune valutazioni
di carattere generale, soprattutto di tipo semantico, e considerazioni più
specifiche relative al peveragnese.
Come già hanno dimostrato i numerosi studi relativi ai prestiti
germanici in italiano, credo che una prima analisi delle parole peveragnesi
qui raccolte possa confermare quanto profondo sia stato il rapporto tra
Germani e Latini. Le sfere semantiche in cui si possono ritrovare dei
germanismi riguardano infatti gli aspetti più disparati ed allo stesso tempo più
comuni della vita: il rapporto con la natura, le relazioni con le altre persone, il
lavoro, i bisogni quotidiani di nutrirsi e vestirsi.
Parole di origine germanica vengono prese a prestito nelle lingue
romanze per designare un’innovazione introdotta da popolazioni germaniche,
per indicare un modo nuovo o diverso di utilizzare cose già conosciute (e in
questo caso sostituiscono spesso voci preesistenti appartenenti al lessico
latino: cfr. per esempio pev. lèsna, it. lesina, fr. alêne, spagn. lesna contro
latino subula), per sottolineare la differenza di usi e costumi.

126

�Innovazioni

germaniche

si

possono

riscontrare

nella

denominazione di animali e di elementi naturali, il che sottolinea l’eccellente
conoscenza, anche rispetto agli indigeni, che i Germani avevano della natura
sia domestica, sia selvatica. Credo sia significativo che nel peveragnese, per
indicare la 'gazza', si usano due termini differenti aiassa e berta, entrambi di
origine germanica, presumibilmente longobarda. Il primo termine può essere
considerato segno del rinnovamento per effetto della presenza e
dell’esperienza germanica; il secondo è invece un termine espressivo,
entrato inizialmente nell’uso comune con un probabile senso spregiativo
generico e poi passato a designare un animale specifico. Allo stesso modo il
piemontese annovera ben tre termini diversi per designare il 'maggiolino' due
dei quali, cancouèra e givo, comuni al peveragnese, anche se per il secondo
si registra solamente il significato metaforico di 'sigaro'. Dai Germani, i Latini
appresero nuove tecniche di caccia (cfr. pev. grif 'trappola, tagliola' e trapa
'trappola'), ma anche nuovi metodi di allevamento (pev. jouc 'trespolo,
posatoio per le galline' e gùërpia 'mangiatoia'), attività nelle quali i Germani
potevano vantare grande esperienza. Sono state acquisite parole che
indicavano nuovi cibi (pev. brœ 'brodo' e supa 'minestra di pane') o nuovi
modi di cuocere le vivande (pev. brouā 'lessare'), e mantenere acceso il
fuoco (pev. braza 'brace' e brandā 'bruciare vivacemente'). Nonostante i
Germani avessero imparato dai Romani a costruire le case in muratura, molti
termini, soprattutto longobardi, che indicano strutture lignee peculiari per
l’edilizia germanica, si possono ritrovare sia in italiano sia nei dialetti (pev.
scur 'imposta per chiudere le finestre', lòbia 'ballatoio'). Si può attribuire
un’origine germanica anche a parecchi vocaboli indicanti una certa semplicità
127

�nel vestire (pev. pata 'pezzo di stoffa', gaida 'gherone, toppa') e nuovi modi
ed attrezzi per cucire o confezionare abiti (pev. vindou 'arcolaio', brodā
'ricamare'). Infine, anche da un’osservazione superficiale ci si accorge che la
sfera semantica relativa all’uomo, ai suoi comportamenti e alle relazioni con
gli “altri”, è la più vasta ed ampia. Si tratta, in particolare, di parole espressive
che furono adottate non tanto per necessità, ma perché sentite più efficaci
per esprimere atteggiamenti ed usi spesso ritenuti dai Romani più schietti,
ma anche più rozzi. Rispetto all’italiano, il valore espressivo di alcuni prestiti
germanici è ancora più evidente nel dialetto, che già possiede normalmente
sfumature più colorite e vivaci (pev. sleffa 'scapestrato', plandroùn
'pelandrone', filoùn 'furbacchione'). Si possono individuare inoltre parole,
derivanti da strati germanici diversi, che indicano situazioni di disagio
probabilmente riferibili ad un originario rapporto di conflittualità tra Germani e
Latini (cfr. per esempio pev. bega 'contrasto, briga', di origine gotica; gram,
'cattivo, malvagio' di probabile provenienza longobarda; gena 'soggezione,
incomodo', di origine franca).
Attraverso un’analisi più attenta e particolareggiata, si può
riscontrare una fitta rete di relazioni semantiche tra il patrimonio lessicale del
nostro dialetto e quello delle lingue germaniche, che sommariamente,
possono essere riassunte nei seguenti punti:
- facoltà generatrice morfologica di numerosi derivati, indice dell’elevato
grado di vitalità e della forte penetrazione della nuova parola nei nostri
dialetti: per esempio pev. fàoudal 'grembiule', pev. grappa 'rampone', pev.
gena 'soggezione';

128

�- capacità di sviluppare ampliamenti semantici metaforici, significativa di
un’acquisizione profonda del termine germanico: per esempio pev. pata
'pezzo di stoffa, cencio' &gt; pev. pataràs 'fiocco di neve';
- sviluppo di ampliamenti semantici comuni, verificatisi indipendentemente a
partire da una stessa forma originaria: pev. trapa 'trappola' e 'botola', franco
trappa 'trappola', ted. Treppe 'scala', 'piano';
- formazione di derivati che si riferiscono agli stessi referenti, denotando in tal
modo un certo parallelismo nei processi mentali umani: per esempio pev.
aiasìn e ted. reg. Elsterauge 'callo'.
Rispetto alle lingue germaniche di origine, il patrimonio lessicale
peveragnese

dimostra

di

essere

piuttosto

eterogeneo.

Si possono

riscontrare:311
-

parole di attribuzione gotica: bram 'grido di animale', rapa 'grappolo',
stëcca 'colpo', rùpia 'ruga', marì 'cattivo', ëndernà 'ammaccato', afra
'paura', bega 'contrasto', sguèrā 'sprecare', grappa 'rampone', rampìn
'gancio', group 'nodo', lam 'allentato', rancā 'strappare', fodra 'fodera', taca
'segno, macchia', guèrs 'storto', galoubét 'flauto provenzale';

-

parole di origine longobarda: aiassa 'gazza', bèrta 'gazza', cancouèra
'maggiolino', gùërpia 'mangiatoia', grif 'trappola', lama 'pozza d’acqua',
biza 'vento gelido', brœi 'germoglio', barba 'zio', masca 'strega', canàpia
'nasone', squina 'schiena', rufa 'crosta lattea', binhoun 'bubbone', ranfi

311

Ho cercato di raggruppare le voci peveragnesi raccolte a seconda della presunta
lingua germanica d’origine per permettere considerazioni e commenti conclusivi.
Ribadisco però che una suddivisione rigida e schematica non è possibile e
nemmeno opportuna e che l’attribuzione ad uno strato germanico specifico è un
lavoro delicato che non permette sempre di giungere a conclusioni definitive. Si
devono quindi considerare le osservazioni e le eventuali perplessità riportate alle
singole voci.
129

�'crampo', gram 'cattivo', sleffa 'scapestrato', stri 'ribrezzo', magoùn
'magone', grinh 'riso', zgrafihnā 'graffiare', rafā 'carpire', piœvā 'solco per
la coltivazione', lèsna 'lesina', lòbia 'ballatoio', listèl 'travicello', scur
'imposta', brœ 'brodo', brandā 'bruciare ardentemente', brouā 'lessare',
sbalafrā 'mangiare avidamente', trincā 'bere smodatamente', bërlicā
'leccare', gaida 'gherone', pata 'pezzo di stoffa', staca 'laccio', rista
'canapa pettinata', vindou 'arcolaio', schuma 'schiuma';
-

parole di origine franca: bouc 'montone', stroup 'gregge', jouc 'trespolo',
trapa 'trappola', 'botola', but 'germoglio', borda 'pagliuzza', gachìn
'apprendista

muratore',

mourfèl

'moccio',

galùp

'ghiotto',

gena

'soggezione', sagrìn 'preoccupazione', guinha 'faccia arcigna', sguinchā
'dare un’occhiata', gachā 'spiare', squivā 'scansare', vanhā 'guadagnare,
vincere', varī 'guarire', àpia 'scure', croc 'gancio', tupìn 'pentolino', gèrba
'mannello di spighe mietute', trabùc 'unità di misura', lociā 'vacillare', rustì
'arrostito', faoudàl 'grembiule', brodā 'ricamare', vère 'poco', baoudëtta
'scampanio a festa';
-

voci penetrate nel latino medievale: raspā 'raspare', biavùm 'tritume di
fieno', filoùn 'furbacchione', guëddou 'tono', lata 'travicello', supa
'minestra', brous 'cacio piccante', braza 'brace', cota 'gonna', binda
'benda';

-

voci onomatopeiche: lapā 'bere o mangiare avidamente';

-

prestiti recenti: sancraou 'piatto di cavoli cucinati con aceto', blaga
'millanteria';

130

�e si può osservare in linea generale che:
-

le parole longobarde sono diffuse anche in altri dialetti italiani o
nell’italiano stesso;

-

la quasi totalità dei prestiti gotici trova corrispondenza in italiano, alcuni
invece sono stati acquisiti nel dialetto per il tramite del provenzale;

-

la maggior parte delle voci di origine franca è penetrata attraverso il
francese o il provenzale.

Non è certo possibile, però, inquadrare i fenomeni linguistici in uno schema
rigido e determinato da regole, anche perché ogni parola ha una storia a sé.
L’osservazione del lessico germanico nel dialetto conferma una
situazione di “frontiera”, caratteristica delle valli alpine (e la Val Iòsina con
Peveragno è una di queste) che tra Italia e Francia, Piemonte e Provenza,
hanno subìto, nel corso dei secoli, influenze culturali significative e diverse e
sono

state

testimoni

di

un

continuo

movimento

di

uomini

(e

conseguentemente di idee e parole): dalle invasioni del V-VIII secolo fino alle
migrazioni dei primi anni del 1900 quando i nostri nonni andavano a cercare
lavoro e fortuna al di là delle montagne, nella vicina Francia.
Questa posizione di confine si riscontra certamente in ambito
linguistico. Alcune parole “migrano” più facilmente sotto la spinta del
commercio, dell’attività economica o della necessità degli uomini di spostarsi
e, col passare del tempo, spesso diventa difficile riconosce il prestito e
risalire alle sue origini. Per descrivere la situazione linguistica di Peveragno,
simile a quella di molti altri paesi di fondovalle, è stato coniato il termine di
“area grigia”, proprio per sottolinearne il suo stato intermedio tra le parlate
occitane e quelle piemontesi. Credo di poter affermare che questa situazione
131

�linguistica sia stata una costante nel corso dei secoli e che anche i prestiti di
origine germanica abbiano dovuto confrontarsi con questa realtà.
Se per esempio si concentra l’attenzione sui prestiti riferibili agli
strati germanici più antichi, per i quali si può ipotizzare un’origine ora gotica
ora longobarda, soprattutto in base al principio della mutazione consonantica
alto tedesca (da utilizzare, come si è detto, con le dovute cautele), si può
notare che:
-

a volte il peveragnese presenta parole di forma gotica, laddove il
piemontese ha adottato la forma longobarda: pev. grappa 'rampone',
piem. graffa;

-

in altri casi, si registra l’esatto contrario pev. ëngrinf(i)ā 'afferrare', contro
piem. gripà;

-

coesistono forme attribuibili a strati diversi e di significato simile
ëngrinf(i)ase 'aggrapparsi' e ëngrapounase 'arrampicarsi';

-

il peveragnese conserva voci sinonimiche derivate da lingue germaniche
diverse: è il caso dell’aggettivo 'cattivo' al quale corrispondono sia marì, di
probabile origine gotica, comune al provenzale, sia gram di origine
longobarda, comune al piemontese.
In conclusione, pur riconoscendo i limiti della mia ricerca, ritengo

che questo lavoro possa essere un buon punto di partenza per raccogliere e
fissare alcune parole del dialetto di Peveragno, che si stanno lentamente
dimenticando e perdendo, e possa aggiungere un piccolo contributo a quel
filone di studi che si propone di verificare l’importanza e l’effettiva portata dei
contatti tra Germani e Latini e di approfondire la ricognizione dell’elemento
germanico nei dialetti italiani.
132

�INDICE DELLE PAROLE

Le parole peveragnesi analizzate nel corso della tesi, sono
riportate qui di seguito in ordine alfabetico. A fianco di ogni termine ho
indicato il numero di pagina nella quale lo stesso è trattato.

Termine peveragnese

Numero di pagina

afra, s.f. 'paura, angoscia'

83

afroùz, agg. 'spaventoso, angosciante'

83

agenase, v. rifl. 'sentirsi a disagio, non osare'

82

aiasìn, s.m. 'callo'

40

aiassa, s.f. 'gazza'

40

àpia, s.f. 'scure'

91

apiòt, s.m. 'accetta'

91

arbut, s.m. 'germoglio'

59

arbutā, v. intr. 'rigermogliare'

59

argàl, s.m. 'piacere, divertimento'

77

argalase, v. rifl. 'provare gusto, divertirsi'

77

133

�baoudëtta, s.f. 'scampanio a festa'

123

barba, s.m. 'zio'

61

bega, s.f. 'contrasto, briga'

83

bërlicā, v. tr. 'leccare'

111

bèrta, s.f. 'gazza'

42

biavùm, s.m. 'tritume di fieno'

58

binda, s.f. 'benda, fascia'

117

bindā, v. tr. 'bendare'

117

bindèl, s.m. 'nastro, fettuccia'

117

binhoun, s.m. 'bubbone'

73

biza, s.f. 'vento gelido'

54

blaga, s.f. 'millanteria'

XIV

blagā, v. intr. 'vantarsi, millantare'

XIV

blagœr, s.m. 'spaccone, elegantone'

XIV

borda, s.f. 'pagliuzza, piccolo corpo estraneo'

60

bouc, s.m. 'montone, ariete'

43

bram, s.m. 'grido di animale, o di persona che sta male'

48
134

�bramā, v. intr. 'gridare, urlare'

48

branda, s.f. 'grappa'

107

brandā, v. intr. 'bruciare vivacemente'

107

braza, s.f. 'brace'

109

brodā, v. tr. 'ricamare'

121

brœ, s.m. 'brodo'

105

brœi, s.m. 'germoglio delle patate', 'muco'

59

brœiā, v. intr. 'germogliare'

59

brouā, v. tr. 'lessare'

108

brous, s.m. 'cacio piccante'

106

brutā, v. tr. 'brucare'

50

but, s.m. 'germoglio', 'mozzo in legno'

59

canàpia, s.f. 'nasone'

71

cancouèra, s.f. 'maggiolino'

44

cota, s.f. 'gonna, vestito, abito talare'

113

coutìn, s.m. 'sottana'

113

croc, s.m. 'gancio, uncino'

94
135

�crocha, s.f. 'stampella'

94

croquèt, s.m. 'uncinetto', 'gancetto'

121

dësgenà, agg. 'disinvolto'

82

dëspatanhā, v. tr. 'sbendare'

117

ëmpatanhā, v. tr. 'bendare, fasciare'

117

ëndernà, agg. 'ammaccato'

80

ëngrapounà, agg. 'arrampicato'

92

ëngrapounase, v. rifl. 'arrampicarsi'

92

ëngrinf(i)ā, v. tr. 'ghermire, afferrare'

52

ëngrinf(i)ase, v. rifl. 'aggrapparsi'

52

ënjoucase, v. rifl. 'appollaiarsi'

46

ënrampinhase, v. rifl. 'arrampicarsi'

93

fàouda, s.f. 'grembo'

112

faoudā, s.f. 'grembialata'

112

faoudàl, s.m. 'grembiule da lavoro'

112

filoùn, s.m. 'furbacchione'

77

fodra, s.f. 'fodera'

118
136

�foudìl, s.m. 'grembiule da cucina'

112

foudilèt, s.m. 'grembiule senza pettorina'

112

gachā, v. tr. 'spiare, guardare di sottecchi'

86

gachìn, s.m. 'apprendista muratore'

70

gàida, s.f. 'gherone, toppa, pezzo di stoffa'

114

galoubét, s.m. 'flauto provenzale'

124

galùp, agg. 'ghiotto'

77

garb, s.m. 'buco'

97

garbā, v. tr. 'scavare'

97

garbadàn, s.m. 'grosso buco'

97

garo! escl. 'attenzione, largo!'

87

gena, s.f. 'soggezione, incomodo, disagio'

82

genà, agg. 'che ha soggezione, timido, a disagio'

82

genànt, agg. 'che reca soggezione o incomodo'

82

gèrba, s.f. 'mannello di spighe mietute'

97

gram, agg. 'cattivo, malvagio'

75

gramìsia, s.f. 'cattiveria, malignità'

75
137

�(a) grapoùn, loc. avv. 'a quattro gambe'

92

grappa, s.f. 'rampone'

92

grif, s.m. 'trappola, tagliola'

52

grinh, s.m. 'riso'

84

grinhā, v. intr. 'ridere'

84

group, s.m. 'nodo di un filo, di una corda'

99

groupā, v. tr. 'annodare, legare'

99

guëddou, s.m. 'tono, stile, garbo'

82

gùërpia, s.f. 'mangiatoia'

47

guèrs, agg. 'storto, sghembo, obliquo'

122

guinha, s.f. 'faccia arcigna, maligna'

85

guinhoùn, s.m. 'antipatia'

85

jouc, s.m. 'trespolo, posatoio per le galline'

46

(a) jouc, loc. avv. 'salire sul posatoio'

46

lam, agg. 'lento, allentato'

99

lama, s.f. 'pozza d’acqua in un torrente o fiume'

54

lapā, v. tr. 'bere o mangiare avidamente'

49

lata, s.f. 'travicello del tetto'

102
138

�lèsna, s.f. 'lesina'

91

listèl, s.m. 'travicello, listarella di legno'

102

lòbia, s.f. 'ballatoio in legno'

101

lociā, v. intr. 'vacillare, essere instabile'

104

magoùn, s.m. 'magone, accoramento, dispiacere'

81

magounà, agg. 'afflitto'

81

magounā, v. intr. 'affliggersi, accorarsi, rimuginare'

81

marì, agg. 'cattivo, malvagio, infido'

76

masca, s.f. 'strega', fig. 'persona molto astuta'

65

mourfèl, s.m. 'moccio'

74

mouta, s.f. 'zolla, palla di neve'

55

pata, s.f. 'pezzo di stoffa, cencio, pannolino'

117

patanha, s.f. 'benda'

117

pataràs, s.m. 'grande fiocco di neve misto ad acqua'

56

piœvā, s.f. 'solco, filare'

89

plandra, agg. 'pelandrona, scansafatiche'

78

plandroùn, agg. 'pelandrone, scansafatiche'

78
139

�rafā, v. tr. 'carpire, rubare'

87

rampìn, s.m. 'gancio, appiglio'

93

rampoùn, s.m. 'rampone'

93

rancā, v. tr. 'strappare, rimuovere'

100

ranfi, s.m. 'formicolio, crampo'

74

ranfiā, v. intr. 'russare'

74

rapa, s.f. 'grappolo, raspo dell’uva'

58

rapouliā, v. tr. 'raspollare, racimolare'

58

raspā, v. tr. 'raspare'

51

rësca (arësca), s.f. 'spina di pesce, lisca'

55

rista, s.f. 'canapa pettinata'

120

rufa, s.f. 'crosta lattea'

72

rùpia, s.f. 'ruga, grinza'

72

rupiasù, agg. 'raggrinzito, coperto di rughe'

72

rustì, agg. 'arrostito, malaticcio, deperito'

108

rustia, s.f. 'pane abbrustolito'

108

sagrìn, s.m. 'preoccupazione'

84
140

�sancraou, s.m. 'piatto di cavoli cucinati con aceto'

107

sbalafrā, v. tr. 'mangiare avidamente'

110

schuma, s.f. 'schiuma'

123

scur, s.m. 'imposta per chiudere le finestre'

103

sguèrā, v. tr. 'sprecare'

87

sguinchā, v. intr. e tr. 'dare un’occhiata', 'fare l’occhiolino' 85

sigrìn, s.m. 'preoccupazione'

84

sigrinà, agg. 'preoccupato'

84

sleffa, s.f. 'scapestrato, birba'

78

smourfloùn, s.m. 'ceffone'

75

squina, s.f. schiena

72

squivā, v. tr. 'scansare'

88

staca, s.f. 'laccio, corda', fig. 'impegno gravoso'

118

staquèt, s.m. 'laccio delle scarpe, nastro'

118

stèc, s.m. 'stuzzicadenti, bastoncino'

59

stëcca, s.f. 'colpo'

59

stri, s.m. 'ribrezzo, schifo'

79
141

�strioùz, agg. 'schifiltoso'

79

stroup, s.m. 'gregge', 'assembramento'

45

supa, s.f. 'minestra di pane'

105

svalosquiā, v. intr. 'nevicare a fiocchi radi'

57

taca, s.f. 'segno, macchia, tacca'

119

tacà, agg. 'marcio'

60

tacoùn, s.m. 'rappezzo, toppa'

119

tacounà, agg. 'rattoppato'

119

tacounā, v. tr. 'rattoppare, rammendare'

119

topa, s.f. 'grosso ceppo per spaccare la legna'

95

topou, s.m. 'grosso pezzo di legno'

95

trabùc, s.m. 'unità di misura'

98

trabucā, s.f. 'misurazione o stima approssimativa'

98

trapa, s.f. 'trappola'

53

trapa, s.f. 'botola, grossa apertura in un solaio'

104

trincā, v. tr. 'bere smodatamente'

110

tupìn, s.m. 'pentolino, vaso da notte', agg. 'sempliciotto'

96

valosca, s.f. 'scintilla, favilla, fiocco di neve'

57
142

�vanhā, v. tr. 'guadagnare, vincere'

88

varī, v. tr. e intr. 'guarire'

88

vère, avv., agg. 'poco', avv. 'quanto'

122

vindou, s.m. 'arcolaio'

120

zgrafinhà, agg. 'graffiato'

86

zgrafinhā, v. tr. 'graffiare'

86

zgrafinhanha, s.f. 'graffio'

86

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              <text>Mémoire de recherche sur les germanismes dans le dialecte de Peveragno (Italie) </text>
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              <text>Memòri de recèrca suls germanismes dins lo dialècte de Peveragno (Itàlia) </text>
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              <text>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Elena Giordanengo, &amp;eacute;tudiante en philologie germanique, se penche sur le parler de son village d'origine, Peveragno (Pi&amp;eacute;mont, Italie).&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Elle explique dans son introduction qu'elle a souhait&amp;eacute; pour son m&amp;eacute;moire de fin d'&amp;eacute;tudes, concilier sa formation et sa passion pour les traditions et l'histoire locale.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Le m&amp;eacute;moire s'articule en trois parties. Dans la premi&amp;egrave;re, l'auteur retrace l'histoire de la r&amp;eacute;gion et du village, &amp;agrave; travers les donn&amp;eacute;es arch&amp;eacute;ologiques et &amp;eacute;crites. Dans la seconde Elena Giordanengo analyse le dialecte de Peveragno en s'appuyant sur des collectages et dans la derni&amp;egrave;re elle identifie et explique le lexique d'origine germanique dans ce dialecte.&lt;/p&gt;</text>
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              <text>Giordanengo, Elena</text>
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              <text>&lt;img style="float: left;" src="http://occitanica.eu/omeka/files/fullsize/e68daeb19b50f56235cab8618097a39f.jpg" alt="" width="30" /&gt;&amp;nbsp;Espaci Occitan (Dronero, Italie)</text>
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              <text>Dolcetti-Corazza, Vittoria</text>
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              <text>&lt;p&gt;Ce document fait partie des m&amp;eacute;moires rassembl&amp;eacute;s par Espaci Occitan dans le cadre du concours organis&amp;eacute; pour valoriser la recherche sur le territoire des vall&amp;eacute;es occitanes italiennes.&lt;/p&gt;&#13;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://occitanica.eu/omeka/items/show/2013"&gt;Consulter l'ensemble des m&amp;eacute;moires prim&amp;eacute;s par Espaci Occitan&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</text>
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              <text>Aquel document fa part dels mem&amp;ograve;ris recampats per Espaci Occitan dins l'encastre d'un concors organizat per avalorar la rec&amp;egrave;rca sul territ&amp;ograve;ri de las valadas occitanas italianas.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://occitanica.eu/omeka/items/show/2013"&gt;Consultar l'ensems dels mem&amp;ograve;ris primats per Espaci Occitan&lt;/a&gt;</text>
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      <description>Jeu de métadonnées internes a Occitanica</description>
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          <name>Portail</name>
          <description>Le portail dans la typologie Occitanica</description>
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              <text>Mediatèca</text>
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          <description>Le type dans la typologie Occitanica</description>
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              <text>Mémoire universitaire</text>
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          <name>Contributeur</name>
          <description>Le contributeur à Occitanica</description>
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              <text>Espaci Occitan Italie</text>
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          <name>Catégorie</name>
          <description>La catégorie dans la typologie Occitanica</description>
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              <text>Ressources scientifiques</text>
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      <name>Itàlia = Italie</name>
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      <name>Italie</name>
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